mercoledì 1 novembre 2017

Il segno del Falco - Recensione su "Nobiltà"


Sull'ultimo numero di "Nobiltà" (a. XXV, n. 140, ottobre-novembre 2017), è apparsa la recensione de Il segno del falco, redatta da Alessandro Savorelli. Una gradita sorpresa.



 



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lunedì 16 ottobre 2017

Il sigillo di un conte Guido, forse di Montefeltro (XIV sec.)


Le prime testimonianze araldiche dei Montefeltro provengono da alcuni sigilli e da alcuni stemmi su monumenti. Tra i primi, la storiografia ricorda un sigillo circolare, di rame, al centro del quale è rappresentato uno scudo gotico bandato con un’aquila sulla prima banda. Lo scudo è circondato dalla legenda: “+ s. gvidonis comitis mōtī fēlīī”. Nonostante sia molto consumato, si possono apprezzare i segni superstiti di alcuni elementi decorativi di riempimento del campo del tipario, motivi floreali disposti secondo uno schema consueto per l’epoca: un elemento uscente dal centro di ciascuno dei tre lati dello scudo, con l’aggiunta di un quarto elemento, forse un fiore, dalla punta dello scudo.
 
(Sigillo pubblicato da F.V. Lombardi*)
 
Questo sigillo fu pubblicato per la prima volta nel 1902 da Luigi Junior Rizzoli, conservatore del Museo Bottacin di Padova, dove il sigillo è tuttora conservato. Leggendo nel sigillo “Montis Felcini” o “Montis Fenlini” Rizzoli si limitò a constatare che, di fronte all’inesistenza di un Monte Fenlino, si poteva rintracciare un Monte Felcino in provincia di Pesaro e Urbino (1).

La pubblicazione di Rizzoli destò l’interesse di Giuseppe Castellani il quale, ottenuta l’impronta del sigillo, vi riconobbe l’arma dei Montefeltro. L’interesse di Castellani si concretò poi in un articolo pubblicato su “Le Marche Illustrate”, nel 1902 (2). Ammettendo che non c’era prova del possedimento comitale di un Guido da Montefeltro su Monte Felcino, Castellani ritenne che la legenda dovesse esser letta come: “+ Sigillum Guidonis Comitis Montis Feltrii”. Citando Ginanni (3), di Crollalanza (4), Reposati (5) e altri autori che si occuparono dell’araldica e della monetazione feltresca, Castellani rilevò come l’arma del sigillo fosse pressoché identica all’arma dei Montefeltro, e concluse che il conte Guido doveva essere stato Guido il Vecchio, nato intorno al 1220 e morto nel 1298. Ve detto, per inciso, che tutti questi autori blasonano lo stemma col capo dell’impero, mai riscontrato, invece, nelle armi dei Montefeltro.

Castellani riferì le sue conclusioni a Rizzoli, e questi ne diede conto nel volume I sigilli del Museo Bottacin di Padova. Scrisse Castellani a Rizzoli: «È facile determinare a quale Guido da Montefeltro abbia appartenuto il sigillo stesso, perché il titolo di conte, comitis, ci sgombra la via da ogni incertezza. Uno solo di tal nome fu conte di Montefeltro, Guido detto il Vecchio, figlio di Montefeltrano II» (6). Nonostante le argomentazioni di Castellani, il conservatore del Museo padovano confermò la precedente lettura paleografica (dunque non Montefeltro), ma ammise che il sigillo poteva essere datato alla fine del XIII secolo, invece che ai primi decenni del XIV come aveva scritto in precedenza.

Castellani dimenticò di comunicare a Rizzoli di aver pubblicato un articolo sul tema nelle pagine di “Le Marche Illustrate”, nel 1902. Poteva chiudersi qui la partita? Certamente no. Luigi Junior Rizzoli, nel 1905, scrisse a “Le Marche Illustrate”: «Poiché soltanto ora mi sono accorto che il prof. Castellani pubblicò (…) credo mio dovere di riprendere proprio qui le poche ragioni da me addotte in opposizione a quelle del Castellani» (7). Sostanzialmente Rizzoli confermò che lo stemma in questione «se non è quello dei Montefeltro, è perlomeno identico» e, pur confermando le ragioni paleografiche già espresse, signorilmente concluse: «per metterci d’accordo adunque è uopo ammettere che la paleografia degli antichi sigilli non sia stata generalmente sempre molto rigorosa». A puro titolo di curiosità ricordo che Marco Battagli, nel suo testo Marcha, scrisse che l’antico nome di Montefeltro era Montis Feliciani, ma questo non risulta mai associato ai conti di Montefeltro (8).

Questo sigillo potrebbe mostrare uno dei più antichi stemmi dei Montefeltro. È molto simile a quello classico, ma non identico: qui l’aquila carica la prima banda, non la seconda; così, se l’aquila è da intendersi nera, dovremmo costatare che gli smalti delle bande sono invertiti rispetto al consueto: non bandato d’azzurro e d’oro, ma bandato d’oro e d’azzurro. Potremmo ritenere questa incongruenza un’imprecisione dell’incisore, ma anche un segno dell’instabilità delle armi di quel periodo.

Purtroppo il sigillo non è in grado di dirci nulla di preciso sul suo titolare. Castellani identificò quel Guido con Guido il Vecchio, e alla luce di ciò anticipò di qualche decennio la datazione precedentemente proposta da Rizzoli (9); tuttavia, ammesso che si tratti di un sigillo montefeltresco, Guido il Vecchio non è affatto l’unico conte Guido della casata al quale il tipario potrebbe essere attribuito. La fama di Guido il Vecchio ha certamente indotto Castellani a ritenerlo il sicuro titolare del sigillo, ma il titolo comitale di Montefeltro spettava a tutti i membri maschi della famiglia. Guido il Vecchio ebbe, per esempio, un nipote omonimo, figlio di Federico (10), e non si può escludere che altri personaggi della famiglia, rimasti ignoti alle genealogie redatte fino ad ora, possano essersi chiamati Guido, in onore del celeberrimo antenato cantato da Dante. Il periodo di datazione permette di attribuire il sigillo sia a Guido il Vecchio sia al nipote omonimo che fu anch’egli esponente di primo piano del partito ghibellino nell’Italia centrale nei primi decenni del XIV.

In conclusione se, come appare, Federico da Montefeltro, figlio di Guido il Vecchio, non aveva ancora collocato l’aquila ghibellina nel suo stemma (almeno a tutto il primo decennio del XIV secolo) (11), è verosimile che questo sigillo, se di un Montefeltro, appartenne a suo figlio Guido, e non a suo padre. Pertanto sarebbe databile ai primi decenni del XIV come intuito da Rizzoli nel suo primo intervento. D’altra parte, Rizzoli acconsentì a ricondurre la datazione del sigillo al XIII secolo, e non al XIV, per via dell’indicazione di Castellani, ma un sigillo con analoghe caratteristiche a quello del conte Guido viene datato da Castellani al XIV secolo (12).

                                                 

(1) L.J. Rizzoli, “Bollettino del Museo Civico di Padova”, a. IV (1901), nn. 1 e 2, Padova, 1902.

(2) G. Castellani, Un sigillo di Guido da Montefeltro, in “Le Marche Illustrate” 1902, fasc. 1, p. 56 e ss.

(3) «Feltri stirpe dei Principi di Urbino, portava bandato d’oro e di azzurro, col Capo dell’Impero», M.A. Ginanni, L’arte del blasone, Venezia 1756, p. 207.

(4) «Feltri di Urbino (...) bandato d’oro e d’azzurro; col capo dell’impero», G. B. di Crollalanza, Dizionario storico blasonico delle famiglie nobili e notabili italiane, cit., vol. I, p. 397; «Montefeltro famiglia Marchigiana di parte ghibellina: Bandato d’oro e d’azzurro; al capo caricato dell’aquila spiegata di nero», G. di Crollalanza, Gli Emblemi dei Guelfi e Ghibellini, Rocca San Casciano 1878, p. 151.

(5) R. Reposati, Della zecca di Gubbio e delle geste de’ conti, e duchi di Urbino, Gubbio 1773, vol. I, che ampiamente descrive le monete dei Montefeltro con i loro stemmi.

(6) L.J. Rizzoli, I sigilli del museo Bottacin di Padova, Padova 1903, p. 48, nota 4.

(7) L.J. Rizzoli, Un sigillo di Guido da Montefeltro?, in “Le Marche Illustrate” del 1905, F. 1-2, pp. 114 e 115.

(8) Cfr. Cronache Malatestiane dei secoli XIV e XV, in RIS, t. XV, p. II, p. XLIX, n. 4. Sul toponimo, D. Sacco, La Valmarecchia e la rupe di Montefeltro dall’età romana al basso Medioevo, in D. Sacco, A. Tosarelli, La fortezza di Montefeltro. San Leo: processi di trasformazione, archeologia dell’architettura e restauri storici, Sesto Fiorentino 2016, pp. 15-23.

(9) Le caratteristiche del sigillo (lo scudo gotico antico e le decorazioni verosimilmente floreali che fuoriescono dal centro dei tre lati dello scudo in steli a gruppi di tre) fanno ritenere che il sigillo risalga ai primi anni del Trecento o al più tardi alla metà dello stesso secolo.

(10) G. Franceschini, I Montefeltro, Milano 1970, pp. 188 e ss.

(11) A Conti, I Montefeltro nell’araldica monumentale trecentesca di Pisa, in M. Ferrari (a cura), L’arme segreta. Araldica e storia dell’arte nel Medioevo (secoli XIII-XV), Firenze 2015, pp.127-141

(12) L.J. Rizzoli, I sigilli nel museo Bottacin di Padova, cit., pp. 8 e 9.

* «Sigillo con lo stemma del conte Guido da Montefeltro (+1298) (tre bande d'oro in campo azzurro, con aquiletta», F.V. Lombardi, Mille anni di medioevo, in G. Allegretti, F.V. Lombardi, Il Montefeltro. 2. Ambiente, storia, arte nell'alta Valmarecchia, 1999, p. 116.

giovedì 10 agosto 2017

Malatesta su Wikipedia


In vista della collaborazione con un gruppo di rievocazione storica fanese, avevo deciso di dar colore agli stemmi del sepolcro di Paola Bianca Malatesta. Un'operazione banale, si dirà, ma dall'esito non scontato. La potenza del web aveva già mietuto vittime, affidatesi acriticamente a quanto proposto dalla rete. Le scuole, per esempio, nel fare ricerche storiche, come si vede nell'immagine qui sotto.


 
 Ultimamente spopola l'ultimo dei tre stemmi qui sopra pubblicati, reperito sulle pagine Wikipedia dedicate ai Malatesta. Si trova usato anche in ambio rievocativo e persino in documentari televisivi (Illustri conosciuti, Federico da Montefeltro, TV2000, dal minuto 9.02).
Lo stemma proviene dallo Spreti - famiglia Malatesta Ripanti(1) - ed ha avuto successo attraverso il Santi Mazzini (2) che pubblica anche un altro stemma altrettanto inadeguato a rappresentare i Malatesta. Un discreto successo hanno anche primi due stemmi del terzetto pubblicato, la cui "antichità" (sono tratti da stemmari sei-settecenteschi) attrae l'osservatore; tuttavia, anche questi non hanno alcuna attendibilità, se non quella (pur importante) di rappresentare la percezione araldica dei compilatori di stemmari nei secoli meno luminosi dell'araldica.
Eppure, anche sul web compaiono fonti attendibili (belle e pronte, o da interpretare) come nelle raccolte di Luca Barducci su Printerest.
 
Il mio intervento sugli stemmi del sepolcro di Paola Bianca, non è passato inosservato. E' stato spunto per l'apertura di una discussione su Wikipedia che ha portato alla sostituzione dello stemma impropriamente attribuito ai Malatesta signori in Romagna, nelle Marche e in Umbria. Ora su Wikipedia campeggia uno stemma più consono.


https://it.wikipedia.org/wiki/Malatesta#/media/File:Blasone_Malatesta.svg
 
 
Sul web, riguardo i Malatesta, vanno certamente segnalati i preziosi contributi degli amici Massimo Predonzani (L'araldica di Pandolfo III Malatesta, signore di Brescia e Bergamo) e Luca Barducci (I cimieri nell'araldica malatestiana).

Note
1) V. SPRETI (a cura), Enciclopedia storico-nobiliare italiana, vol. IV, Milano 1928-36, rist. an. Forni, Bologna 1981, p. 259.
2) G. SANTI MAZZINI, Araldica. Storia, linguaggio, simboli e significati dei blasoni e delle arme, Milano 2003, p. 220.
 
 


mercoledì 9 agosto 2017

Il sigillo di Corrado da Montefeltro vescovo di Urbino dal 1309 al 1317


Lo stemma della città di Urbino e quello della famiglia dei Montefeltro sono strettamente legati, anzi, si può dire che tra la fine del XV s. e l'inizio del XVI s. il comune di Urbino adottò l'arma dei signori. Su questo mi sono soffermato, in ultimo, nel libro Le Marche sugli scudi. Atlante storico degli stemmi comunali, edito da Andrea Livi Editore, nel 2015, a cura di Mario Carassai.
Resiste, però, una tradizione ampiamente ripresa dalla storiografia, secondo la quale Urbino ebbe per stemma un'aquila, poi variamente individuata tra le varie che appaiono anche nello stemma comitale e poi ducale dei Montefeltro.
Esiste l'importante descrizione di un sigillo del comune di Urbino, recente un'aquila, impresso nel 1232, pochi decenni dopo la formazione del comune e due anni prima dell'avvento al potere dei Montefeltro, in una città che riconosceva l'autorità imperiale. Tuttavia, dopo questa antica testimonianza (che è relativa al sigillo e non allo stemma, e che precedette radicali e violenti cambi di regime tra le parti ghibellina e guelfa), non c'è più traccia di un'aquila tre le insegne della città. Può darsi che questa assenza sia dovuta solo alla perdita dei documenti, ma questo è lo stato dell'arte. Anzi, se un'aquila compare tra le insegne civiche nelle terre dei Montefeltro, ciò accade nel territorio del Montefeltro, non nel comitato di Urbino (si veda sempre Le Marche sugli scudi.
La storiografia dei Montefeltro e la storiografia araldica sulla casata che ha seguito la prima, hanno però individuato un documento più recente del sigillo comunale del 1232: il sigillo di Corrado da Montefeltro, vescovo di Urbino dal 1309 al 1317. In questo sigillo è stato individuato uno stemma con l'aquila ed è pertanto stato sostenuto che quello stemma (comunale) campeggiava nel sigillo vescovile in virtù dell'antico titolo di vescovo conte o comunque in virtù del ruolo svolto dall'istituzione vescovile nella nascita del comune. Questa interpretazione nasce dalla lettura del sigillo offerta da Bramante Ligi, e dall'immagine dell'impronta pubblicata nel suo libro I vescovi e arcivescovi di Urbino. Notizie storiche, Urbino 1953.
L'osservazione diretta dell'impronta, però, ha permesso al sottoscritto di escludere la presenza di uno stemma con l'aquila.
Come ho già scritto più volte in altre sedi, l'aquila sembra comparire come stemma autonomo solo col conte Antonio da Montefeltro, tra gli ultimi decenni del XIV s. e i primi anni del XV. Compare come insegna che i conti useranno come propria e del tutto verosimilmente non come insegna "civica".

Questo, il succo di quanto è possibile leggere nel mio ultimo intervento:
Il sigillo di Corrado da Montefeltro vescovo di Urbino dal 1309 al 1317 e le implicazioni araldiche riguardo gli stemmi del casato e della città di Urbino, pubblicato sulla rivista dell'Istituto Araldico Genealogico Italiano: “Nobiltà”, a. XXIV, nn. 138-139, maggio-agosto 2017, pp. 329-340, ISSN 1122-6412.

 
 
N.B. - La rivista "Nobiltà" è distribuita nelle principali biblioteche e presso tutti gli Archivi di Stato. 

lunedì 24 luglio 2017

Stemmi a colori nel sepolcro di Paola Bianca Malatesti


Sotto il porticato antistante alla chiesa di San Francesco, a Fano, è stato traslato il monumento funebre di Paola Bianca Malatesti. Figlia di Pandolfo II signore di Pesaro, vedova di Sinibaldo Ordelaffi signore di Forlì, sposò nel 1388 di Pandolfo III Malatesti, signore di Fano.  Paola morì il 13 giugno 1398, ma il suo splendido sepolcro fu realizzato solo tra il 1413 e il 1415 dallo scultore veneziano Filippo di Domenico, che per quest’opera ricevette 470 ducati. Originariamente collocata nella cappella maggiore della chiesa, fu traslata sotto il portico tra la fine del secolo XVIII e l’inizio del successivo e non nel 1659 come indicato nella targa murata al di sopra del monumento.


 
L’opera è certamente una delle più importanti testimonianze del dominio malatestiano a Fano e uno dei monumenti più insigni della città. Versa ormai da anni in stato di grave incuria. Nonostante pubbliche denunce, il monumento continua a essere nido di piccioni, e persino il volto della defunta è oltraggiato dal guano.



Alcuni anni fa, per un caso, salvai dalla stessa sorte il bassorilievo di San Paterniano custodito presso il Museo civico: appena accortasi della situazione, la direttrice, fece subito intervenire un restauratore e provvide alla successiva protezione del prezioso manufatto. Sorte analoga non è toccata a Paola Bianca la cui cura non ricade evidentemente sotto mani altrettanto amorevoli.
Oltre alla defunta e a un ricco corredo d’immagini sacre, il monumento mostra gli stemmi dei Malatesti: gli stemmi della defunta che erano anche quelli del marito. Sul fronte: a destra dell’epigrafe c’è lo stemma bandato, a sinistra dell’epigrafe c’è lo stemma delle tre teste, entrambi dotati della classica bordura indentata; sui fianchi i due stemmi si trovano con collocazione invertita. Resta qualche traccia della pittura che colorava gli scudi, ma apparentemente non offre alcuna indicazione utile. Tuttavia gli smalti degli stemmi malatestiani sono ampiamente noti e così ho pensato di proporre gli scudi del sepolcro con i smalti... anche per fare giustizia di quanto inopinatamente propone Wikipedia. Peraltro, credo che vada segnalata la favolosa la rappresentazione delle tre teste.



Stemmi malatestiani con gli smalti
 
 
https://it.wikipedia.org/wiki/File:Coat_of_arms_of_the_House_of_Malatesta.svg
Da Wikipedia, presente in 90 pagine



S. MASIGNANI, La scultura nei territori malatestiani dal Duecento al Quattrocento, in L. BELLOSI, Le arti figurative nelle corti dei Malatesti, Rimini 2002, pp. 136-141.

martedì 30 maggio 2017

Per i Brancaleoni di Casteldurante



Si chiama Stefano Sarti, ma è noto come Freddy Webster. Ormai da alcuni anni si dedica alla rievocazione di un personaggio storico d’epoca medievale: Brancaleone Brancaleoni di Casteldurante (c. 1295 - 1379).
La passione per queste attività segue strade oscure e non ho mai compreso veramente perché un giovane uomo della Riviera romagnola si sia tanto appassionato per il signore della Massa Trabaria, ma tant’è. Così, nell’impervio mondo della rievocazione storica, Freddy persegue il suo obiettivo. L’audacia va premiata, soprattutto se è unita alla perseveranza. Per questo motivo, io che non sono stato altrettanto perseverante, se forse sono stato audace, nel perseguire un analogo scopo in quell’impervio mondo, ho deciso di sostenerlo, per quel che posso.
Tempo fa fornii al novello Brancaleone i modelli storicamente documentati del suo stemma. Uno campeggia, da tempo immemore, ormai senza smalti, sulla facciata del cosiddetto Palazzo della ragione di Sant’Angelo in Vado; l’altro è stato riscoperto qualche anno fa nella chiesa di San Donato, nel territorio della stessa città un tempo dominio dei Brancaleoni, e reca gli antichi smalti.
 

 
Con quell’insegna che, a parte la brisura, è come quella del celebre Maghinardo Pagani da Susinana, «il lioncel dal nido bianco» di dantesca memoria (Inf., XXVII, 50 s.), ho dipinto il vessillo, Brancaleone stesso ha decorato il scudo e abili artigiani hanno impreziosito mirabili brocche che colorano la tavola.
La mia tenda attende un adeguato apparato decorativo mobile per i momenti in cui verrà prestata nuovamente prestata per le iniziative del Brancaleoni di Casteldurante.
Per contatti con I Brancaleoni di Casteldurante: brancaleonicasteldurante@gmail.com
 

















 
 
 

 
 

sabato 27 maggio 2017

Ettore Sannipoli e la committenza degli Accomanducci per un opera di Ottaviano Nelli


L'intento di fare luce sulla famiglia Accomanducci, chiarendo tra l'altro quale fu il suo stemma, ha sortito un primo importante risultato. Ha permettendo a Ettore Sannipoli di attribuire con certezza un opera di Ottaviano Nelli alla committenza degli Accomanducci. L'opera è un'anconetta esposta al Musée du Petit Palais di Avignone, e gli stemmi dipinti non lasciano dubbi. Ecco l'articolo col quale lo storico dell'arte eugubino ha dato notizia di questa importante attribuzione.

 
 
 


domenica 21 maggio 2017

"Le Marche sugli scudi" al Salone Internazionale del Libro, Torino 2017


Nella giornata di sabato 20 maggio, presso lo stand della Regione Marche, al Salone Internazionale del Libro, Torino 2017, è stato presentato il volume Le Marche sugli scudi. Atlante storico degli stemmi comunali, edito da Andrea Livi Editore di Fermo nel 2015.
Erano presenti Mario Carassai, curatore e Alessandro Savorelli, Vieri Favini e Antonio Conti, autori. Impegnato in un'altra iniziativa araldica, era assente Massimo Ghirardi, autore dei disegni.


Il video

 

Le foto
 
Mario Carassai, Antonio Conti, Vieri Favini, Alessandro Savorelli
 

 
 
 
 

giovedì 11 maggio 2017

Il segno del falco presentato a Fermignano, il 18 maggio 2017


Per iniziativa del Centro Studi Giuseppe Mazzini, giovedì 18 maggio 2017, alle ore 21.00, verrà presentato il libro Il segno del falco, presso la sala Monteverdi, a Fermignano, in via Mazzini 33.
Presenterà il volume la professoressa Bonita Cleri, docente di Storia dell'arte presso dell'Università degli Studi di Urbino "Carlo Bo".


 

 
 
 
 

lunedì 10 aprile 2017

Le Marche sugli scudi nella presentazione di Marco Belogi nella rassegna "Freschi di Stampa"


L'associazione Le cento città, con sede in Ancona, organizza annualmente la rassegna "Freschi di stampa", dedicata a segnalare le opere più significative tra quelle di Autori ed  Editori marchigiani, apparse nell’ultimo anno. Lo scorso anno, nel corso della settima edizione, Marco Belogi, medico fanese e cultore di storia patria, ha presentati il volume Le Marche sugli scudi. Atlante storico degli stemmi comunali.


"Le Marche sugli scudi, di Mario Carassai
(di Marco Belogi)

Pubblicato nel dicembre 2015 dalla AndreaLivi-Editore, in una elegante veste editoriale, Le Marche sugli  scudi è stato selezionato dalla commissione de Le Cento Città per “Freschi di Stampa 2016”, fondamentalmente perché viene a colmare una lacuna che si avvertiva da tempo, in un settore  così complesso e frammentato. Settore pervaso  fin dalle origini da un diffuso senso di individualità, in una regione ,come le Marche ,articolata in una densa rete di nuclei urbani, attualmente 236 comuni, che porta aspetti culturali e sociali tanto diversi ,generati  dalla divisione a pettine delle sue vallate ,anche se  essa mantiene confini stabili da oltre mille anni. Dare corpo ,dunque, ad un atlante storico degli stemmi comunali marchigiani è stata  un’operazione coraggiosa ed impegnativa , che ha unito ,per l’occasione ,quel municipalismo  a volte tanto esasperato ,tipico di questa terra, sua croce e delizia .Con oltre quattromila immagini di stemmi comunali, anche quelli  scomparsi di scena, alcuni dei quali meritano attenzione in quanto meno manipolati dalle successive stratificazioni operate molto spesso da mani incompetenti, l’atlante costituisce il più grande insieme di immagini profane che il Medioevo ci abbia tramandato. Dietro questi simboli è scritta la nostra storia, direi la spina dorsale dei marchigiani, perché nata da e con il popolo ,davanti alla necessità che aveva di comunicare visivamente la propria identità. Il  primo ed immediato sentimento che si prova sfogliando le pagine del libro, e penso che sia anche quello dei non esperti nel campo, è quello della libertas dei marchigiani: Il fare da sé, il costruire sé stessi ,la famiglia ,la comunità, il proprio lavoro, frutti gelosi  generati dalle proprie radici e dai  sentimenti religiosi che in gran parte le hanno nutrite. Somma di tanti particolari , ognuno dei quali custodito con cura, senza nulla tralasciare compreso il paesaggio , gli astri ,gli animali, la croce, simboli che sottendono  l’eterno  da cui proveniamo e verso cui siamo destinati. L’alfa e l’omega della nostra esistenza. Simboli ,condivisi dalla comunità intera,  esposti sugli scudi, gli elmi, i palazzi priorali, le torri, i campanili, i timbri, le campane, le pale d’altare e  raffigurati sulle ricche vesti del  santo protettore, spesso  defensor civitatis che reca in mano  il modellino della città. L’araldica è ,dunque, disciplina storica complessa ,articolata, pluridisciplinare,  con la quale debbono confrontarsi , in modo appropriato e corretto, gli storici, gli storici dell’arte ,gli archeologi. Altro merito degli autori ed in particolare del curatore  Mario Carassai, versato da tempo in questo settore, aver messo insieme una  importate bibliografia ,da quella manoscritta a quella stampata, di facile consultazione per tutti gli studiosi che vorranno avvicinarsi alla conoscenza di questo settore , spesso lasciato in penombra o in mano  dei soli collezionisti. Mi si permetta di dire che, in questo lavoro,  ha trovato spazio anche quella miriade di oscuri ricercatori di storia locale, composta per lo più da insegnati ,parroci ,medici, farmacisti che, con  passione  hanno tramandato documenti , usi ,costumi e tradizioni anche orali , del loro paese, senza le quali non sarebbe stato possibile  usufruire di una rete così ricca di dati, da cui nasce anche questa pubblicazione, così completa e puntuale. Questo unicum costituisce la pluralità delle Marche. Splendide le immagini ed i disegni che arricchiscono il volume. Poche regioni possono vantare una messe così ricca di storia , e questo atlante storico degli stemmi comunali lo testimonia egregiamente . Proficuo e lungimirante è stato il sostegno dell’Assessorato alla Cultura della Regione Marche per promuovere questa ricerca,  che si spera auspicabile  anche in altri campi culturali ,spesso dimenticati, e di cui si sente  estrema esigenza, compresa la storia della medicina marchigiana o meglio degli ospedali marchigiani che l’hanno fatta."



La presentazione è disponibile anche nel sito dell'associazione, da cui ho tratto il testo e l'immagine.


lunedì 3 aprile 2017

venerdì 24 marzo 2017

Rettifica luogo di svolgimento del seminario sulla Fortezza di San Leo


Per ragioni organizzative, relative alla distribuzione delle aule di Palazzo Battiferri nella giornata del 29 marzo 2016, il seminario sulla Fortezza di Montefeltro (San Leo) si svolgerà presso l'aula C2 del Polo Scientifico Didattico Paolo Volponi (Magistero Nuovo) in Via Saffi 15.