giovedì 14 maggio 2015

Battle of the Nations - World Championship in HMB

Si è svolto a Praga, nelle giornate dal 7 al 10 maggio 2015 la nuova edizione della Battaglia delle Nazioni, il campionato mondiale di combattimento storico medievale.
Anche quest'anno, come nella scorsa edizione, la squadra italiana è scesa in campo con al divisa del monogramma che realizzai "al volo" e del quale ho già scritto in un post precedente. Si è ampliato l'uso del tricolore. E' un fatto che giudico positivo, non tanto perché, come noto, in questa manifestazione c'è una forte commistione tra emblemi e colori medievali ed emblemi e colori moderni o attuali, quanto perché come ho già avuto modo di rilevare, i colori bianco, rosso e verde furono ampiamente usati dai capitani di ventura italiani e dalle loro compagnie.
Ecco alcune immagini della manifestazione spiluccate qua e là sul web.















Battle of the Nations  - World Championship in HMB

mercoledì 13 maggio 2015

IL CURIOSO CASO DELLO STEMMA DELLA CHIESA NEL PALAZZO DELLA RAGIONE DI SANT'ANGELO IN VADO

Nell’attuale piazza Pio XII di Sant’Angelo in Vado si affaccia il cosiddetto Palazzo della ragione, edificato nel 1397 (1), antica sede del comune (rimarrà tale fino al 1838) nel quale è inglobata la torre civica eretta nel 1576.

Fotografia di Elio Rossi
Sant’Angelo in Vado fu a lungo il centro principale dell’antica provincia pontificia di Massa Trabaria e quando venne edificato il palazzo era soggetto al dominio del Brancaleoni che avevano ottenuto il riconoscimento formale del loro dominio attraverso il vicariato apostolico in temporalibus, concesso due anni prima, nel 1395, ai fratelli Pierfrancesco e Gentile e al loro nipote Galeotto del fu Niccolò Filippo (2).
La facciata dell’edificio è caratterizzata da un loggiato di cinque archi gotici e nell’ordine superiore, delimitato da un cordolo, da cinque finestre di fattezze tardogotico. È inoltre decorato con tre bassorilievi scolpiti con insegne del potere pubblico:

a destra l’Arcangelo Michele con lo scudo crociato, emblema del Comune;


al centro, in posizione d’onore, lo stemma della Chiesa, ovvero dell’autorità sovrana della Massa Trabaria e del comune; 


a sinistra lo stemma dei Brancaleoni di Casteldurante, vicari in temporalibus, costituito da uno scudo col leone attraversato dalla banda, e munito di un capo d’Angiò.


La superficie dei tre manufatti è parzialmente coperta da una patina giallastra che non sembra potersi ricondurre ad uno smalto araldico: tale patina è presente nel campo dello scudo dell’Arcangelo e in quello dell’arma dei Brancaleoni che dovevano essere bianchi. È però piuttosto improbabile che queste insegne araldiche siano state monocrome e sarebbe auspicabile un’indagine tecnica accurata. Questa potrebbe anche chiarire l’origine della presenza di un colore rossiccio in alcune parti dei bassorilievi come le ginocchiere dell’armatura e le piume esterne delle ali dell’Arcangelo o di altre che certamente dovevano essere d’oro o gialle come i gigli del capo d’Angiò.
Con ogni probabilità queste tre insegne dovevano essere colorate in modo adeguato. L’arcangelo poteva avere colori naturalistici, ma lo scudo doveva essere bianco con la croce rossa. L’arme della Chiesa doveva avere il campo rosso, caricato di figure bianche (la croce accantonata da quattro coppie di chiavi legate e incrociate in decusse) come nella celebre miniatura che raffigura l’Albornoz, 


la stessa che si ritrova in molti luoghi soggetti al papato, come a Gubbio nel Palazzo dei Consoli (dove la composizione è in qualche modo analoga, con l'arma sovrana al centro e quella comunale in seconda posizione alla sua destra); 


l’arma dei Brancaleoni era certamente munita degli stessi smalti di quella recentemente riscoperta nella chiesa di San Donato e risalente al 1351: d’argento/bianco al leone d’azzurro sul tutto la banda diminuita di rosso, con l’aggiunta del capo d’Angiò che era d’azzurro al lambello di rosso con gigli d’oro/giallo tra i pendenti. Questo capo era insegna della costante adesione al partito guelfo di questo ramo dell’articolata stirpe dei Brancaleoni (3). Era un’aggiunta all’arme, che rimaneva per così dire separata: poteva essere presente o omessa secondo le necessità politiche, artistiche o d’altra natura anche perché non fu quasi mai una vera e propria concessione ma un’assunzione spontanea dei fautori della causa e dei suoi campioni Carlo I e soprattutto Roberto di cui rimane lo stemma nella porta di Macerata Feltria. Lo stemma qui collocato può essere considerato comune a tutti e tre i soggetti titolari del vicariato apostolico in temporalibus nel periodo di edificazione del palazzo - sempre che gli stemmi siano stati collocati in quel momento (4) - come dimostrano tutti gli altri documenti araldici conosciuti, tra gli altri il citato stemma di S. Donato (1351) 

L'originale è rivolto per ragioni di euritmia

e quello del sepolcro di Bartolomeo Brancaleoni nella chiesa di San Francesco a Mercatello sul Metauro (1425).

L'originale è rivolto per ragioni di euritmia
La bellezza dell’insieme della semplice rappresentazione araldica di Sant’Angelo in Vado, se non unica certamente rara nel panorama locale, colpisce l’osservatore, crediamo anche quello non esperto di araldica. Tuttavia può sfuggire ai più, e così pare sia avvenuto per decenni, l’anomala composizione dello stemma centrale: quello della Chiesa.
Nel descriverlo, abbiamo evocato una croce accantonata dalle chiavi di San Pietro, ma qui una croce non c’è, salvo volerla identificare con una croce di Sant’Antonio, il cosiddetto Tau o croce commissa che sembra qui rappresentata con la traversa coincidente col bordo superiore dello scudo.



La verità è che ci troviamo di fronte a uno stemma montato male. Si noterà che il manufatto è realizzato su due lastre, ebbene quella superiore è stata montata al rovescio. Osservando il bordo dello scudo si rileva anche una leggera, ma percepibile, differenza di larghezza nel punto di giunzione. Girando la lastra superiore la traversa della croce risulta perfettamente collocata, al centro e la segnalata differenza di larghezza viene meno. Anche le chiavi risultano ora opportunamente collocate.

Quanto e perché venne montato in questo modo lo stemma della Chiesa? Non certo all’epoca dell’originaria collocazione (se avvenuta sul finire del Trecento), si aveva allora l’esatta cognizione di quale fosse lo stemma dello stato del papa. E allora?
Conducendo una ricerca sull’araldica dei Brancaleoni, presso l’Archivio della Soprintendenza ai Beni Architettonici delle Marche, mi sono imbattuto in una lettera del Soprintendente pro tempore con la quale si ingiungeva l’immediato ripristino del rivestimento in mattoni della facciata del palazzo nella parte soprastante il portico, smantellata nel 1949 a causa di lavori di ristrutturazione necessari dopo i danni causati dalla Seconda Guerra Mondiale (5). Sull’argomento, nello specifico, non è stato possibile rintracciare alcun documento nell’archivio del Genio Civile ora depositato presso l’Archivio di Stato di Pesaro.
Fu in occasione di quei lavori, che, smontato il rivestimento in mattoni vennero ovviamente tolti anche gli stemmi. L’imperizia del muratore nel momento del ripristino comportò, di tutta evidenza, il collocamento errato della lastra superiore dello stemma del papato.
Conferma questa ipotesi anche la fotografia pubblicata da Locchi nel 1934 (7). Si rileva, non solo la diversa forma delle finestre, ma anche la diversa collocazione degli stemmi. A differenza di oggi quello della Chiesa era a contatto con la cornice delle finestre.


Non sapremmo se chiedere il ripristino o lasciare questa singolarità alla descrizione delle guide turistiche ora adeguatamente informate.



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1) V. LANCIARINI, Il Tiferno Mataurense e la Provincia di Massa Trabaria, vol. I, Roma 1912, p. 415.
2) E. PERINI, La signoria dei Brancaleoni di Casteldurante, Firenze 2008, p. 59.
3) Quello di Casteldurante era un ramo di forte tradizione guelfa, indotta verosimilmente anche dalla necessità di contrastare la spinta espansionistica dei Montefeltro conti di Urbino campioni del partito ghibellino. Altri rami coevi della famiglia dei Brancaleoni furono Piobbico, Rocca e Castel Pecorari, tutti ghibellini, A. TARDUCCI, Piobbico e i Brancaleoni, Cagli 1897.
4) Curiosamente non li ricorda Costanzo Felici, nel suo Origine de signori Brancaleoni scritta per me Costanzo Felici a messer Francesco Sansovino, scritto nel 1582, pubblicato in D. BISCHI, I Brancaleoni di Piobbico in Costanzo Felici e Francesco Sansovino, Rimini 1982, p. 61.
(5) Soprintendenza ai Beni Architettonici e Paesaggistici delle Marche, Ancona, Archivio Storico, M-PS-57-378, Sant’Angelo in Vado, Palazzo della Ragione, lettera del 31.08.1949.
6) Archivio di Stato di Pesaro, Genio Civile, nn. 780 e 5029.
7) O.T. LOCCHI, La Provincia di Pesaro ed Urbino, Roma, 1934, p. 783. 

LE BANDIERE DEI COMUNI DI FANO, PESARO E ACQUALAGNA AL XXI CONVEGNO NAZIONALE DEL C.I.S.V.

Sabato 2 maggio 2015, nella prima giornata del XXI Convegno Nazionale del Centro Italiano Studi Vessillologici, svoltosi presso l'auditorium della Biblioteca Filelfica di Tolentino, ho tenuto una relazione dal titolo Bandiere antiche e nuove: Fano, Pesaro e Acqualagna.
Partendo dalla documentazione storica esistente, basata principalmente su dipinti e sculture, ho illustrato quale effettivamente fossero gli antichi vessilli dei comuni di Fano e di Pesaro che, come molti altri nella regione e non solo, univano i colori rosso e bianco in due delle innumerevoli composizioni geometriche possibili. Oggi questi due comuni usano una composizione geometrica piuttosto banale, la più scontata, il partito, che nulla ha a che fare con i vessilli antichi che peraltro si trovano tal quali negli stemmi comunali (per Pesaro nello stemma originario, ora in punta allo scudo).
Inutile dire che a nostro giudizio le bandiere storiche andrebbero recuperate, eliminando quelle attuali col loro carico di scudo, fronte, corone, nastri e diciture da labaro bandistico.
Il caso di Acqualagna poi, è oltremodo particolare perché ha visto l'adozione di una bicromia estranea alla tradizione storica del Comune, ma non a quella della comunità che da anni vi si ritrova nei colori della locale squadra di calcio. All'esito è però una bandiera di difficile lettura a causa dell'assoluta mancanza del necessario contrasto dei colori usati.
La relazione dovrebbe essere pubblicata sulla rivista del Centro "Vexilla Italica".









LA PRIMA EVOLUZIONE DELL'ARMA DEI DELLA ROVERE: LA GENERAZIONE DI GIOVANNI SIGNORE DI SENIGALLIA

Il 13 aprile 2015, a Pesaro, presso l'auditorium di palazzo Montani (sede della Fondazione della Cassa di Risparmio di Pesaro), è stato presentato il terzo numero della nuova rivista della Società Pesarese di Studi Storici, "Studi Pesaresi", nel quale compare il mio secondo articolo della serie sull'araldica dei Della Rovere.
Dopo quello apparso sulla precedente rivista della Società ("Pesaro Città e Contà, n. 23/2006) intitolato L'origine dell'arme dei Della Rovere, pubblico ora il seguito La prima evoluzione dell'arma dei Della Rovere: la generazione di Giovanni signore di Senigallia.


I paragrafi:
1. Giuliano Della Rovere
2. Leonardo Della Rovere
2.1. L'arma degli Aragona di Napoli

2.2. L'antefatto Angioino 
3. Giovanni Della Rovere
3.1. L'arma dei Montefeltro
3.2. La forma degli scudi
3.3. La rocca di Senigallia
3.4. Il convento di Santa Maria delle Grazie di Senigallia
3.5. Gli stemmi nei castelli
4. Giovanna di Montefeltro Della Rovere

Ho illustrato la genesi delle armi che confluiscono in quelle dei Della Rovere "marchigiani", spiegando le ragioni degli incrementi. Ho analizzato l'uso degli stemmi nei contesti architettonici degli più importanti edificati dal signore di Senigallia.
Credo che questo studio possa essere d'ausilio non tanto agli studiosi di araldica, che per alcuni aspetti sono più o meno già informati, ma agli storici dell'arte e a quanti si avvicinano per professione o per diletto ai monumenti e alle opere connesse ai Della Rovere che potranno così adeguatamente riferirsi al dato araldico, talvolta importante.



Società Pesarese di Studi Storici




PRESENTAZIONE DEL LIBRO DI MARIO CARASSAI "LA FASCIA TOLENTINATE, UNA RICERCA SUL VESSILLO E L'ARMA COMUNALE"

Il 3 marzo 2015, presso l'auditorium della Biblioteca Filelfica di Tolentino, nell'ambito delle iniziative promosse dall'UniTre di Tolentino, ho presentato il libro di Mario Carassai "La fascia tolentinate, una ricerca sul vessillo e l'arma comunale", edito da  Andrea Livi di Fermo.



UniTre Tolentino

Andrea Livi Editore





domenica 24 agosto 2014

Proroga della mostra Dentro lo scudo


La durata della mostra Dentro lo scudo è stata prorogata fino al 10 settembre.


lunedì 18 agosto 2014

DENTRO LO SCUDO - Mostra araldica sulla storia dello stemma dei Montefeltro duchi di Urbino

 
In occasione della settimana rinascimentale di Piobbico, nel corso del Paio dei Brancaleoni, allestirò nel locale castello comitale una mostra di scudi e altre insegne che illustra la storia dell'arma dei Montefeltro dalle origini fino all'estinzione della casata.

La mostra sarà visitabile dal 20 al 24 agosto 2014, negli orari d'apertura del castello che in via ordinaria sono:
Giorni feriali: 9.00 - 12.00  /  15.30 - 18.30
Giorni festivi: 10.30 - 13.00  /  15.30 - 18.30
Tuttavia in occasione della settimana rinascimentale sarà verosimilmente aperto con orario ampliato, per informazioni rivolgersi alla Pro Loco.

In particolare domenica 24 agosto, alle ore 16.30 si terrà una visita guidata al Castello Brancaleoni, comprendente la mostra "Dentro lo scudo" e la mostra "Fasti di Corte - Gli abiti dei Della Rovere" organizzata dalla Soprintendenza per i beni Storici Artistici ed Etnoantropologici delle Marche.
Costo di partecipazione € 7.00 a persona (bambini sotto i 12 anni gratuito), comprende servizio di visita guidata e biglietto d'ingresso.
Per informazioni e prenotazioni: 333.38.86.193
 



Nota sulla mostra Dentro lo scudo


"I luoghi più significativi per la storia dei Brancaleoni del ramo piobbichese sono certamente il castello di Piobbico e la chiesa di Santa Maria in Val d’Abisso. Il primo luogo della vita quotidiana, politica e militare; l’altro il luogo del culto e dell’eterno riposo per molti esponenti della casata.
In entrambi questi luoghi, oltre allo stemma dei Brancaleoni, si trova quello dei Montefeltro duchi di Urbino. Nel castello è murato nel lato di ponente del cortile d’onore, nella chiesa è scolpito in posizione di rilievo, con quello dei Servi di Maria e dei Brancaleoni, nell’architrave del portale d’ingresso. Il che non deve stupire. I Brancaleoni furono tra i più fidati alleati della casa di Montefeltro, dapprima nella feroce lotta per il predominio su Urbino e Cagli (anche in contrasto con i lontani parenti, i Brancaleoni di Casteldurante), poi nelle condotte militari del celebre duca Federico da Montefeltro e nelle incombenze di corte.
Dopo la conferenza del 24 agosto 2012 e in attesa della prossima edizione del volume sull’araldica dei Brancaleoni, Antonio Conti propone la lettura dell’evoluzione dello stemma dei Montefeltro dalle origini, nel XIII secolo, all’estinzione della casata avvenuta all’inizio del secolo XVI. Le fasi della trasformazione dello stemma sono illustrate da scudi in legno dipinto che hanno le dimensioni e la forma degli scudi di moda all’epoca in cui l’arme rappresentata era quella adottata dai signori Urbino.
Il percorso storico-araldico, esemplificato dagli scudi, è illustrato da didascalie e da un grande albero genealogico del casato, nel quale sono rappresentate anche le armi delle famiglie imparentate. Inoltre viene data la possibilità di approfondire il tema trattato attraverso richiami bibliografici agli studi compiuti sul tema da Antonio Conti, pubblicati in prestigiose riviste di araldica e di storia, nell’arco di un decennio.
Oltre alla parte relativa agli stemmi veri e propri si aggiunge quella relativa alla divisa di Federico da Montefeltro: l’emblema e i colori militari (verde, bianco e rosso, estranei a quelli dello stemma familiare) usati dal signore di Urbino sui campi di battaglia.
Quello delle divise fu un fenomeno fortemente in voga nel XV secolo, come dimostrano gli studi condotti da Massimo Predonzani. Nel caso dei Montefeltro sono qui rappresentati un una banderuola, in uno scudo e nelle calze braga, elemento fondamentale dell’abbigliamento militare delle fanterie."

 
Pagina evento facebook:
https://www.facebook.com/events/596618877123969/?fref=ts

Per informazioni sul palio:
Pro Loco di Piobbico: 347.1576086 / 331.8588104
Pagina facebook:
https://www.facebook.com/prolocoPiobbico/timeline

Per visite guidate al castello di Piobbico: 333.3886193
Pagina internet:
http://www.castellobrancaleoni.it/

Per la mostra Fasti di Corte - Gli abiti dei Della Rovere:
http://www.spsae-marche.beniculturali.it/index.php?it/108/mostre-ed-eventi-2013








mercoledì 18 dicembre 2013

Mostra degli abiti rovereschi al castello di Piobbico


Citando la nota trasmissione d’inchiesta della Rai curata dall’impareggiabile Milena Gabanelli, potremmo chiederci: com’è andata a finire?

La polemica che avviammo su queste pagine (1, 2, 3 e 4) e poi su “il Resto del Carlino” a proposito dell’apparato di bandiere e sull’insieme dell’incredibile allestimento predisposto per il magnifico castello di Piobbico, ha avuto un esito felice. Alla scadenza, nello scorso mese di maggio, la convenzione che (con una forzata interpretazione) permise quanto denunciammo, non è stata rinnovata.

La conseguente perdita della collezione di abiti (asseriti d’epoca) e di altri pur interessanti cimeli di famiglia ha fatto emergere più di un malumore tra la popolazione di Piobbico. Ora, l’amministrazione comunale e le soprintendenze marchigiane (la Direzione regionale e la Soprintendenza di Urbino) hanno deciso di realizzare nelle magnifiche sale del palazzo Brancaleoni una mostra degli abiti rinvenuti nei sepolcri della chiesa di Santa Chiara di Urbino: sono gli abiti originali e restaurati del duca Francesco Maria I Della Rovere (+1538), della nuora Giulia Varano (1547) e del figlio cardinale Giuliano Della Rovere (+1578).

Nel corso dell’inaugurazione, nel pomeriggio di sabato 16 dicembre 2013, la direttrice regionale Lorenza Mochi Onori e la soprintendente Maria Rosaria Valazzi, hanno voluto rimarcare l’importanza della valorizzazione dei beni culturali proprio attraverso quel di più che può essere offerto al pubblico dalla scientificità della proposta culturale, senza tralasciarne la godibilità.

Sono caratteristiche ben riscontrabili nella mostra curata da Agnese Vastano e Alessandro Marchi. La stucchevole verosimiglianza è sostituita dall’originalità, dalla scientificità e dalla bellezza. Bene.

Gli abiti della corte roveresca, che vissero il medesimo ambiente culturale degli ambienti realizzati da Antonio Brancaleoni con l’opera primaria del Brandani richiamano nelle fogge quelli indossati dai signori di Piobbico rappresentati nelle scene di vita che decorano gli appartamenti del castello che pure mostrano i segni dell’evoluzione del gusto e della moda.

Nell’occasione è stata annunciata anche l’apertura di una mostra sul “manierismo metaurense” nel corso della prossima primavera, sempre nelle sale del castello Brancaleoni.
Credo che per tutto questo si debbano ringraziare l'amministrazione comunale, le menzionate istituzioni del Ministero dei Beni Culturali e la ICOR DORICA che come sponsor ha permesso la realizzazione dell'esposizione anche in questo momento di difficoltà economica.

 
La mostra rimarrà aperta dal 17 dicembre 2013 al 30 marzo 2014
per le visite:
Castello Brancaleoni

In primavera sarà allestita la mostra sul Manierismo metaurense
 
Il sindaco di Piobbico Giorgio Mochi, la direttrice regionale per i Beni Culturali e Paesaggistici delle Marche Lorenza Mochi Onori, la soprintendente per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici delle Marche Maria Rosaria Valazzi, gli storici dell'arte della Soprintendenza di Urbino Agnese Vastano e Alessandro Marchi, gli assessori del Comune di Piobbico Ilaria Aluigi ed Ermes Blasi
 
I Fasti di Corte. Gli abiti dei Della Rovere

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mercoledì 30 ottobre 2013

Patroni e araldica comunale

 
La ricerca sull'araldica civica nella Regione Marche, alla quale diedi anche io un contributo per quanto riguarda la provincia di Pesaro e Urbino, coordinata da Mario Carassai sotto la supervisione scientifica di Alessandro Savorelli, partecipi anche Vieri Favini e Luigi Girolami, col supporto grafico di Massimo Ghirardi, ha prodotto un primo risultato apprezzabile.
Apprezzabile dal pubblico che può finalmente godere del risultato della ricerca almeno per un aspetto, quello della posizione dei santi e dei patroni nell'araldica dei comuni delle Marche, in particolare dei santi vessilliferi: quelli che nei sigilli, nelle monete, nelle pale d'altare e in numerosi altri tipi di supporti sono rappresentati con un vessillo, quasi sempre il vessillo della città.
In attesa che i tempi maturino per la pubblicazione di tutta la ricerca, ecco dunque:

Santi, patroni, città: immagini della devozione civica nelle Marche
testi di Vittoria Camelliti, Vieri Favini e Alessandro Savorelli
a cura di Mario Carassai
Quaderni del Consiglio Regionale delle Marche, n. 132, 2013

 
 
L'opera può essere richiesta alla Presidenza del Consiglio della Regione Marche

mercoledì 23 ottobre 2013

Aquila per vessillo


Richiestami un’aquila da rappresentare con facilità su vessilli montefeltreschi, mi ispirai a una delle numerose miniature dei codici della biblioteca dei Montefeltro ora pezzo forte della Vaticana.
Il rapace prescelto sta nel codice Urb.lat.1251.1v. Opportunamente adattato, compare sui vessilli mi pare con un buon risultato, e non solo lì.


Foto tratta da Facebook

lunedì 21 ottobre 2013

Un ex libris di Ronny Andersen, per me.


Quest’oggi ho ricevuto l’ex libris realizzato per me dall’araldista danese Ronny Andersen. Mi piaceva l’idea di avere un lavoro di questo giovane ma affermato araldista e gli ho chiesto qualche mese fa di realizzare concretamente l’idea di ex libris che avevo in mente. Il lavoro è davvero bello.
La quercia è, in altra forma e con altro nome come noto, la figura dell’arma dei Della Rovere che dal 1474 al 1631 furono signori della città dove, un po’ casualmente, nacqui in un tempo sempre più lontano. Va detto che questo fatto è in realtà una coincidenza, mi piaceva la quercia con le sue foglie particolari e questo basta. L’albero è sradicato, non per un omaggio alla casato or ora citata, ma perché chi scrive è sostanzialmente tale o tale si sente.

Lo stemma ai piedi della quercia è l’arma di Monte Falcone, castello di cui Acqualagna fu borgo. Gli smalti sono ignoti, potrebbero essere stati quelli usati oggi dal Comune acqualagnese (d’azzurro al falco al naturale poggiato su un monte di tre cime di verde), ma anche quelli della più importante famiglia del Luogo che nel XV secolo aveva stemma uguale, ma smalti diversi. Lo stemma è lì collocato perché da lì proviene la mia famiglia paterna, quella di cui porto il cognome.

Lo stemma crociato è quello di un’altra località: Ivrea, la città di Ivrea, che alza per arma una croce rossa in campo bianco, semplice e bello, comune, come noto a moltissimi comuni dell’Italia centrale e settentrionale, ognuna fiera e orgogliosa di uno stemma certamente molto antico. Sta su un ramo mozzato, del resto tale è il mio rapporto con quell’amabile città dopo che sono stato trascinato via dagli eventi della vita nella spensierata adolescenza… resta un piccolo getto… i fratelli del SOAS sanno cos’è…

Sull’altro ramo lo stemma dei Montefeltro, ovvero, con una scontata modifica piuttosto comune, anche l’arma di Urbino: bandato d’azzurro e d’oro, la seconda caricata di un’aquila di nero. Gli anni belli dell’Università, le prime ricerche araldiche sono nate lì, e lì è nata mia figlia e ciò giustifica i giovani getti che seguono l’arma appesa.

Più su lo stemma che mi sono dato ventitré anni fa in ambito universitario (goliardico per la precisione), come ho ampiamente detto nella mia presentazione in questo blog. I colori sono quelli di Ravenna, la mia città di residenza a quei tempi… d’altra parte i fuori sede sono spesso appellati con una sorta di toponimico. Le figure sono quelle di un cliché trovato Portobello di Londra e che si attagliava molto bene al nome goliardico ricevuto nel Maximus Ordo Torricinorum.

Quanto al motto LIBERTA' VO CERCANDO, è ripreso da un passo del primo canto del Purgatorio della Commedia di Dante. Meglio è preso dalla testata di una rivista dell’Unione Goliardica per la Libertà edita nel 1925. Anche di ciò ho detto nella presentazione in questo blog.

Ecco, dunque, in sostanza, la spiegazione araldo-topo-psicanalitica di questo ex libris per la cui realizzazione ringrazio, anche in questa sede, l’ottimo Ronny Andersen.

Qui il sito di Ronny Andersen


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venerdì 18 ottobre 2013

Adriano Fieschi. Un legato che ha lasciato il segno.

Peducci, chiavi di volta, architravi, stipiti; in questi ed altri luoghi tipici del palazzo ducale di Urbino i conti e i duchi delle case di Montefeltro e dei Della Rovere hanno voluto rappresentare le loro insegne: stemmi e imprese. Altri personaggi, soprattutto dopo la devoluzione del Ducato di Urbino alla sede Apostolica (1631), quando il palazzo non era più reggia ma palazzo apostolico, vollero lasciare il segno di sé con graffiti di vario genere, alcuni anche araldici, alcuni di pregevole fattura. Di alcuni legati restano lapidi commemorative, ma il caso più clamoroso, per l'inedita e insuperata impudenza, è quello del cardinale Adriano Fieschi (Genova 1788 - Roma 1858) che volle lasciare di se stesso un segno là dove solo i duchi ebbero l'onore di lasciare il loro: l'architrave di una porta, con un fregio araldico che (se non per lo stile dell'opera araldica e per il carattere delle lettere che l'accompagnano) potrebbe essere scambiato per un'antica insegna in qualche modo commessa con la storia più importante del palazzo. E invece si tratta dello stemma e delle iniziali di tal A(driano) C(ardinale) F(ieschi) L(egato) che fu legato di Urbino e Pesaro per meno di un anno dal luglio 1847 all'aprile 1848.