Chi ha fretta può andare subito ai 7' e 14".
lunedì 24 settembre 2012
LA SALA DELL'ARALDICA A PIANDIMELETO
L'impronta del mio intervento nella Sala dell'araldica nel Castello dei conti Oliva di Piandimeleto.
Chi ha fretta può andare subito ai 7' e 14".
Chi ha fretta può andare subito ai 7' e 14".
domenica 16 settembre 2012
IMAGO UNIVERSITATIS - Presentazione del II volume
Sabato 22 settembre p.v., alle ore 17, presso l'Archiginnasio di Bologna, verrà presentato il secondo volume dell'opera IMAGO UNIVERSITATIS dedicata alla quella che verosimilmente è la più grande raccolta di stemmi dipinti e scolpiti posti a "decorare" un edificio.
Sotto la direzione di Gian Paolo Brizzi, che da anni si occupa dello studio e del coordinamento delle iniziative relative alla storia dell'Ateneo felsineo, inquadrato nella più ampia storia del fenomeno universitario europeo, Andrea Daltri e Silvia Neri hanno prodotto un'opera colossale di catalogazione e interpretazione di oltre settemila stemmi di studenti, docenti e patroni della più antica istituzione universitaria del mondo.
Il primo volume contiene pregevolissimi saggi introduttivi, il secondo conterrà anche gli indici.
Sotto la direzione di Gian Paolo Brizzi, che da anni si occupa dello studio e del coordinamento delle iniziative relative alla storia dell'Ateneo felsineo, inquadrato nella più ampia storia del fenomeno universitario europeo, Andrea Daltri e Silvia Neri hanno prodotto un'opera colossale di catalogazione e interpretazione di oltre settemila stemmi di studenti, docenti e patroni della più antica istituzione universitaria del mondo.
Il primo volume contiene pregevolissimi saggi introduttivi, il secondo conterrà anche gli indici.
sabato 25 agosto 2012
Araldica dei Brancaleoni
Ieri sera ho dunque tenuto la conferenza sull'araldica dei Brancaleoni nella splendida cornice del locale castello.
Ho svolto il mio intervento seguendo questo programma:
Prima parte - L'araldica. Caratteristiche di un sistema di comunicazione.
Ho presentato numerose fonti (primarie e secondarie) utili a individuare quale furono gli stemmi dei diversi rami della casata, rispondendo a domande che incredibilmente non erano mai state poste fino ad ora.
L'indagine, naturalmente, deve proseguire, ma son certo di aver documentato quanto basta a far piazza pulita di luoghi comuni privi di alcun fondamento storico.
Il sindaco di Piobbico, in conclusione del mio lungo intervento ha proposto la pubblicazione della relazione, ne darò conto.
Pur non essendo l'oggetto principale della conferenza (dedicata in generale all'araldica dei Brancaleoni) ho evidenziato e documentato l'errore che l'araldo aveva già individuato nella bandiera predisposta per il castello.
Ho svolto il mio intervento seguendo questo programma:
Prima parte - L'araldica. Caratteristiche di un sistema di comunicazione.
Seconda parte - I Brancaleoni: primordi e ramificazioni.
Terza parte - Gli stemmi dei Brancaleoni. Fonti a confronto per i diversi rami: Rocca Leonella, Rimini, Castel Pecorari, Piobbico, Casteldurante e Mercatello-Sant'Angelo in Vado
Quarta parte - Considerazioni conclusive.
Terza parte - Gli stemmi dei Brancaleoni. Fonti a confronto per i diversi rami: Rocca Leonella, Rimini, Castel Pecorari, Piobbico, Casteldurante e Mercatello-Sant'Angelo in Vado
Quarta parte - Considerazioni conclusive.
Ho presentato numerose fonti (primarie e secondarie) utili a individuare quale furono gli stemmi dei diversi rami della casata, rispondendo a domande che incredibilmente non erano mai state poste fino ad ora.
L'indagine, naturalmente, deve proseguire, ma son certo di aver documentato quanto basta a far piazza pulita di luoghi comuni privi di alcun fondamento storico.
Il sindaco di Piobbico, in conclusione del mio lungo intervento ha proposto la pubblicazione della relazione, ne darò conto.
Pur non essendo l'oggetto principale della conferenza (dedicata in generale all'araldica dei Brancaleoni) ho evidenziato e documentato l'errore che l'araldo aveva già individuato nella bandiera predisposta per il castello.
sabato 14 luglio 2012
CONFERENZA SULL'ARALDICA DEI BRANCALEONI
La recente querelle sulla bandiera adottata per il castello dei Brancaleoni a Piobbico (Pesaro-Urbino) ha evidenziato la necessità di fare il punto sulla conoscenza dell'araldica dell'articolata stirpe dei Brancaleoni che ebbe donini a Piobbico, Rocca Leonella, Castel Durante (Urbania), Mercatello sul Metauro e S. Angelo in Vado, Castel Pecorari ed altri luoghi.
Così, su questo argomento terrò una conferenza al castello di Piobbico nella giornata di venerdì 24 agosto prossimo alle ore 18.
Ringrazio il Sindaco e la locale Pro Loco che hanno voluto ospitare la chiaccherata araldica nell'ambito della Settimana Rinascimentale piobbichese.
Sarà l'occasione per ricordare la figura di Delio Bischi (+1998) cugino di babbo che impegnò gran parte delle sue ricerche ai Brancaleoni e ai loro castelli.
Dunque l'appuntamento è per
venerdì 24 agosto 2012
Ringrazio il Sindaco e la locale Pro Loco che hanno voluto ospitare la chiaccherata araldica nell'ambito della Settimana Rinascimentale piobbichese.
Sarà l'occasione per ricordare la figura di Delio Bischi (+1998) cugino di babbo che impegnò gran parte delle sue ricerche ai Brancaleoni e ai loro castelli.
Dunque l'appuntamento è per
venerdì 24 agosto 2012
ore 18
a Piobbico, presso il Castello Brancaleoni
giovedì 28 giugno 2012
Araldo alla Festa in armi ARDET UT FERIAT - Urbino 20-22 luglio 2012
Dal 20 al 22 luglio prossimo venturo a Urbino, presso il parco della fortezza Albornoz, si svolgerà la prima edizione delle Festa in armi "Ardet ut Feriat" organizzata dalla compagnia d'arme dei Poeti della spada.
Nella Festa sarà presente l'araldo Montefeltro interpretato dal sottoscritto.
Presso il banco dell'araldo sarà possibile ammirare l'albero genealogico-araldico della casata dei Montefeltro, copie di antichi stemmari e una riproduzione del cimiero del conte Guidantonio da Montefeltro. Quando non altrimenti impegnato, l'araldo sarà a disposizione del pubblico per rispondere alle domande e per illustrare le fasi della battaglia del Cesano che verrà rievocata la sera di sabato 21 luglio. Sempre al banco sarà possibile ritirare una brochure per il Tour araldico della città di Urbino.
Nella Festa sarà presente l'araldo Montefeltro interpretato dal sottoscritto.
Presso il banco dell'araldo sarà possibile ammirare l'albero genealogico-araldico della casata dei Montefeltro, copie di antichi stemmari e una riproduzione del cimiero del conte Guidantonio da Montefeltro. Quando non altrimenti impegnato, l'araldo sarà a disposizione del pubblico per rispondere alle domande e per illustrare le fasi della battaglia del Cesano che verrà rievocata la sera di sabato 21 luglio. Sempre al banco sarà possibile ritirare una brochure per il Tour araldico della città di Urbino.
domenica 10 giugno 2012
Baldacchino processionale urbinate roveresco
Oggi 10 giugno 2012, festa del Corpus Domini, mi piace segnalare la presenza
a Palazzo ducale di Urbino di un magnifico baldacchino processionale,
verosimilmente usato in occasione delle solennità per questa importante festa.
L’importanza della festa era tale che la sua celebrazione era prevista nello
statuto cittadino con precise prescrizioni riguardo la partecipazione del
magistrato cittadino e di altre pubbliche autorità “De venerando Corpore
Christi, et luminaria fienda in eius festo”.
Il baldacchino si trova alla fine dell’intero percorso, laddove non tutti i visitatori arrivano, ed è un peccato. Va detto che tutta la collezione roveresca è collocata negli ambienti dell’ultimo piano del palazzo, realizzati con la soprelevazione decretata da Guidobaldo II Della Rovere.
Del tutto ingiustificata appare, invece l’impossibilità per il visitatore di godere appieno della bellezza del manufatto. Collocato in un ambiente in penombra, mostrante solo il fronte, senza possibilità alcuna per il visitatore di girarvi attorno. Ciò determina la possibilità di ammirare il fronte del baldacchino, ma assai difficilmente gli altri tre lati. La collocazione a 45° permetterebbe l’osservazione del fronte e di uno dei due fianchi, peraltro identici.
Che si tratti del baldacchino processionale per il Corpus Domini è deducibile dalla frequente presenza dell’ostensorio tra le decorazioni religiose (l’altra è una Vergine e poi il Cristo risorto).
Al di là della decorazione sacra (cui va aggiunto il magnifico cielo col Cristo risorto impugnante il vessillo crociato, circondato di fiammelle diffuse a raggiera), è particolarmente interessante e unica nel suo genere la decorazione pittorica dei pendenti laterali con gli stemmi di tutti i membri della casa ducale, più quello del vescovo (arcivescovo ?) in carica e quello della città.
C’è lo stemma del duca Guidobaldo II Della Rovere composto dall’unione della metà destra dell’arma dei Montefeltro e dalla metà sinistra dell’arma roveresca con in mezzo il palo della Chiesa con chiavi incrociate e l’ombrellino che intorno al 1555 sostituì (quasi definitivamente) la tiara presente nel palo fin dai tempi del duca Federico (1474). Lo scudo è circondato dal collare dell’ordine del Toson d’oro (ottenuto nel 1558) ed è timbrato da una corona
C’è lo stemma della duchessa Vittoria Farnese (sposata al duca nel 1548) che è composto dall’unione dell’arma del marito con quella paterna. Anche lo scudo della duchessa è timbrato da una corona.
C’è lo stemma del principe Francesco Maria che succederà al padre nel 1574 e che fino ad allora non avrà diritto al palo della Chiesa nello stemma. La corona è più semplice di quella paterna.
C'è lo stemma del cardinale Giulio fratello del duca, il cui scudo (senza palo della Chiesa) è decorato dagli ornamenti esterni confacenti alla sua carica ecclesiastica.
C’è lo stemma di Felice Tiranni, legatissimo ai Della Rovere che verrà premiato col privilegio del capo roveresco (non mi è ancora noto se come concessione ducale o a sottolineare il legame col cardinale Giulio). Lo scudo è decorato dagli ornamenti esterni caratteristici della carica ecclesiastica del Tiranni
C’è poi lo stemma della città di Urbino cha almeno dai primi anni del XVI secolo era ormai quella antica dei Montefeltro. Lo scudo non è timbrato da alcuna corona.
Tutti gli scudi sono sagomati in forme barocche cinquecentesche con cornici accartocciate dorate.
Dagli stemmi è possibile stabilire l'arco temporale della realizzazione del baldacchino.
Il termine ante quem parrebbe essere:
- quello della morte di Guidobaldo II avvenuta nel settembre 1574, ma va ricordato che dal 1572 i rapporti con la città di Urbino furono tesissimi, di più, la città fu considerata traditrice dal duca per via di una clamorosa rivolta per motivi fiscali ed è inverosimile che il baldacchino sia stato realizzato negli anni del dissidio.
- si rileva anche l'assenza dello stemma della principessa Lucrezia d'Este sposata da Francesco Maria nel febbraio 1570.
Propendo quindi per termine ante quem: 1569-71.
Il termine post quem può essere determinato così:
- dalla nomina ad arcivescovo metropolita di Felice Tiranni avvenuta nel 1563 (se vi sono gli ornamenti, non ritrovo gli appunti annotati su un foglio volante e non ho potuto eseguire fotografie), l’assenza del pallio e della croce a due traverse ricondurrebbe la data fino al 1551, di molto precedente ad altre utili;
- dall'aggregazione all'ordine del Toson d'Oro nell'agosto 1559 o al conferimento dell'insegna avvenuto nel gennaio 1561.
In conclusione va detto che il recupero e il restauro di questo prezioso manufatto è dovuto all'opera di Isidoro e Matteo Bacchiocca, restauratori di Urbino. E' prevista la prossima pubblicazione di un articolo di Matteo sul restauro in una rivista del settore.
Notizie su questo oggetto e un'immagine è visibile sul sito della ditta Bacchiocca.
Il baldacchino si trova alla fine dell’intero percorso, laddove non tutti i visitatori arrivano, ed è un peccato. Va detto che tutta la collezione roveresca è collocata negli ambienti dell’ultimo piano del palazzo, realizzati con la soprelevazione decretata da Guidobaldo II Della Rovere.
Del tutto ingiustificata appare, invece l’impossibilità per il visitatore di godere appieno della bellezza del manufatto. Collocato in un ambiente in penombra, mostrante solo il fronte, senza possibilità alcuna per il visitatore di girarvi attorno. Ciò determina la possibilità di ammirare il fronte del baldacchino, ma assai difficilmente gli altri tre lati. La collocazione a 45° permetterebbe l’osservazione del fronte e di uno dei due fianchi, peraltro identici.
Che si tratti del baldacchino processionale per il Corpus Domini è deducibile dalla frequente presenza dell’ostensorio tra le decorazioni religiose (l’altra è una Vergine e poi il Cristo risorto).
Al di là della decorazione sacra (cui va aggiunto il magnifico cielo col Cristo risorto impugnante il vessillo crociato, circondato di fiammelle diffuse a raggiera), è particolarmente interessante e unica nel suo genere la decorazione pittorica dei pendenti laterali con gli stemmi di tutti i membri della casa ducale, più quello del vescovo (arcivescovo ?) in carica e quello della città.
C’è lo stemma del duca Guidobaldo II Della Rovere composto dall’unione della metà destra dell’arma dei Montefeltro e dalla metà sinistra dell’arma roveresca con in mezzo il palo della Chiesa con chiavi incrociate e l’ombrellino che intorno al 1555 sostituì (quasi definitivamente) la tiara presente nel palo fin dai tempi del duca Federico (1474). Lo scudo è circondato dal collare dell’ordine del Toson d’oro (ottenuto nel 1558) ed è timbrato da una corona
C’è lo stemma della duchessa Vittoria Farnese (sposata al duca nel 1548) che è composto dall’unione dell’arma del marito con quella paterna. Anche lo scudo della duchessa è timbrato da una corona.
C’è lo stemma del principe Francesco Maria che succederà al padre nel 1574 e che fino ad allora non avrà diritto al palo della Chiesa nello stemma. La corona è più semplice di quella paterna.
C'è lo stemma del cardinale Giulio fratello del duca, il cui scudo (senza palo della Chiesa) è decorato dagli ornamenti esterni confacenti alla sua carica ecclesiastica.
C’è lo stemma di Felice Tiranni, legatissimo ai Della Rovere che verrà premiato col privilegio del capo roveresco (non mi è ancora noto se come concessione ducale o a sottolineare il legame col cardinale Giulio). Lo scudo è decorato dagli ornamenti esterni caratteristici della carica ecclesiastica del Tiranni
C’è poi lo stemma della città di Urbino cha almeno dai primi anni del XVI secolo era ormai quella antica dei Montefeltro. Lo scudo non è timbrato da alcuna corona.
Tutti gli scudi sono sagomati in forme barocche cinquecentesche con cornici accartocciate dorate.
Dagli stemmi è possibile stabilire l'arco temporale della realizzazione del baldacchino.
Il termine ante quem parrebbe essere:
- quello della morte di Guidobaldo II avvenuta nel settembre 1574, ma va ricordato che dal 1572 i rapporti con la città di Urbino furono tesissimi, di più, la città fu considerata traditrice dal duca per via di una clamorosa rivolta per motivi fiscali ed è inverosimile che il baldacchino sia stato realizzato negli anni del dissidio.
- si rileva anche l'assenza dello stemma della principessa Lucrezia d'Este sposata da Francesco Maria nel febbraio 1570.
Propendo quindi per termine ante quem: 1569-71.
Il termine post quem può essere determinato così:
- dalla nomina ad arcivescovo metropolita di Felice Tiranni avvenuta nel 1563 (se vi sono gli ornamenti, non ritrovo gli appunti annotati su un foglio volante e non ho potuto eseguire fotografie), l’assenza del pallio e della croce a due traverse ricondurrebbe la data fino al 1551, di molto precedente ad altre utili;
- dall'aggregazione all'ordine del Toson d'Oro nell'agosto 1559 o al conferimento dell'insegna avvenuto nel gennaio 1561.
In conclusione va detto che il recupero e il restauro di questo prezioso manufatto è dovuto all'opera di Isidoro e Matteo Bacchiocca, restauratori di Urbino. E' prevista la prossima pubblicazione di un articolo di Matteo sul restauro in una rivista del settore.
Notizie su questo oggetto e un'immagine è visibile sul sito della ditta Bacchiocca.
giovedì 24 maggio 2012
Seguito della polemica sulla bandiera con lo stemma dei Brancaleoni di Piobbico
Il pianto
dell’araldo che tradotto in uno stile un po’ burlesco e brusco per rifarsi alle
origini della categoria, gente di poco rispetto, menestrelli, trombetti e
affini ha avuto una risposta, che per ovvie ragioni di riservatezza non pubblico.
Però nelle more di qualche movimento, un sussulto di verità, che porti a rettificare lo stemma del vessillo, rendo pubbliche le mie repliche alle obiezioni poste al mio primo intervento postato in questo blog il 9 aprile 2012.
Però nelle more di qualche movimento, un sussulto di verità, che porti a rettificare lo stemma del vessillo, rendo pubbliche le mie repliche alle obiezioni poste al mio primo intervento postato in questo blog il 9 aprile 2012.
La replica
alle osservazioni che stanno alla base della mia richiesta non proviene dal
sindaco e nemmeno dal presidente della proloco, che ho citato come probabili
responsabili della gestione del castello (che è demaniale e di cui non hanno la
gestione), né dal grafico che ha realizzato la bandiera, ma dal curatore (e
proprietario) della maggior parte delle collezioni esposte nel castello.
Mi viene replicato che lo stemma che si è
voluto rappresentare nella bandiera è quello del conte Antonio Brancaleoni.
Ebbene, lo
stemma di Antonio Brancaleoni è rappresentato, con i suoi veri smalti, nella
camera greca decorata nel 1585. Certo quello stemma è meno appariscente di
quello in stucco del Brandani, ma c’è ed è accompagnato dalle iniziali del
committente A B.
Il leone
azzurro in campo bianco (con la brava fascia in capo) si trova anche in piatti
in ceramica esposti nel museo, come ho ricordato nel mio intervento del 9
aprile.
Erano quelli,
il bianco del campo e l’azzurro del leone, gli smalti dello stemma dei
Brancaleoni, anzi degli stemmi di vari rami dei Brancaleoni. Su questo non c’è
dubbio. Lo testimoniano gli esempi citati, ma anche altri.
Mi viene fatto notare che furono: “tanti
i rami dei Brancaleoni , famiglia molto prolifera, ed ogni ramo nel tempo ha
cercato di distinguersi dall'altro apportando qualche leggera modifica
all'avito stemma di famiglia che rappresentava il leone rampante (…). Alcuni
hanno modificato gli smalti altri addirittura hanno scelto una parte della
nobile belva invece dell'intero animale”.
In effetti
per quel che mi consta, nessuna famiglia dell’area ha avuto tante brisure dello
stemma avito per meglio caratterizzare i diversi rami quanto i Brancaleoni.
Quelli di
Piobbico: un originario leone azzurro in campo bianco.
Quelli di
Castel Durante: brisarono l’arma del leone azzurro in campo bianco con
l’aggiunta di una banda rossa. Tale stemma rimase comune a entrambe le linee a
seguito della divisione tra Casteldurante da una parte (poi emigrato a Rimini
dopo la cacciata ad opera di Guidantonio da Montefeltro su incarico di Martino
V nel 1424) e Mercatello-Sant’Angelo in Vado dall’altra estintasi con Gentile
prima moglie di Federico da Montefeltro, deceduta nel 1458.
Quelli di Castel Pecoraro: brisarono l’arma del leone azzurro in campo bianco assumendo una parte della “nobile bestia” una branca (come ricordato dal mio interlocutore), ma sempre azzurra in campo bianco.
Quelli di Castel Pecoraro: brisarono l’arma del leone azzurro in campo bianco assumendo una parte della “nobile bestia” una branca (come ricordato dal mio interlocutore), ma sempre azzurra in campo bianco.
Sembra che
un altro ramo (mi pare per via della Rocca, ma questa è una parte che devo
approfondire) giunto a Rimini mutò gli smalti della sua sola branca, forse
proprio in un campo azzurro con la figura d’oro (secondo una delle indicazioni
fornite dal Di Crollalanza nella sua confusa voce “Brancaleoni dell’Umbria” nel
celebre Dizionario. Ma questa è un’altra storia che non riguarda il ramo di
Piobbico e il suo castello.
Invece
riguarda il ramo di Piobbico una delle più tarde attestazioni dello stemma a
colori. Si trova in una delle sale della Biblioteca centrale dell’Univeristà di
Urbino (palazzo Bonaventura): il leone è appunto azzurro (o un colore virato)
in campo bianco con la fascia in capo.
Gli smalti
sono dunque quelli che l’araldo invoca e non l’azzurro e l’oro presenti nello
stemma della bandiera di cui si discute.
Si osserva, con riferimento al leon d’oro
in stucco realizzato dal Brandani, che il celebre artista non avrebbe osato
fare un’arma diversa da quella del committente.
Invece, alla
luce di quanto detto poc’anzi il bel lavoro del Brandani si rivela per quello
che è: una decorazione manierista in stucco dorato e naturalmente dorate sono
le figure principali dell’arma: il leone e la croce. Non fu una variazione
bizzarra e arbitraria dello stemma del committente. Tutti conoscevano lo stemma
del signore e nessuno sarebbe stato ingannato da quell’interpretazione
artistica.
Il bel leone
brandanesco attira l’attenzione e col passare del tempo confonde le idee.
Nessuno per secoli si è interessato a curare l’immagine dell’antica stirpe e la
memoria si è persa. Capita, molto più spesso di quanto si pensi. Cito il caso
dei Gozi di San Marino, eredi della casata degli Oliva conti di Piagnano e
signori di Piandimeleto, che nel loro stemma hanno l’arma di quegli antichi
signori, ma con gli smalti errati, ancora una volta.
Con riguardo a quanto da me scritto il 9
aprile scorso riguardo alla fascia con la croce posta in capo, risponde che la
croce è quella dell’Ordine di Malta assunta dal conte Antonio che partecipò
alla battaglia di Lepanto.
Sono molto lieto
di sapere che la fascia con la croce è dovuta all’Ordine di Malta. D’altra
parte era la prima delle tre ipotesi che, nel dubbio, ho citato come plausibili.
Un incremento araldico che è dunque collegato alla battaglia di Lepanto, che a
modo suo fu l’ultima crociata (seconda ipotesi citata). Nei miei pensieri io
avevo ipotizzato (in attesa di poter verificare a tempo debito) un collegamento
con l’intervento in terra d’Otranto citato dal Tarducci. Ma in effetti a me
pare che la cosa debba essere approfondita, non solo perché Tarducci dice che
la croce venne aggiunta in capo nientemeno che da Pazzo (1318-1327), ma perché
compare anche sopra uno dei due leoni rappresentati negli statuti di Piobbico
nell’edizione manoscritta del 1518 conservata al Senato. Sul fatto che la croce
appaia sovente patente potremmo anche sorvolare.
Al mio citare un “tardo richiamo imperiale” si obietta: “mai un Imperatore avrebbe usato la croce come capo, essendo l'aquila Imperiale quello che connotava le sue gratificazioni e tale era la differenza che distingueva le grazie della Chiesa da quelle dell'Impero”.
Mi preme
precisare, giusto per non far sembrare che il piangente araldo le spara grosse
a casaccio, che il “tardo” richiamo imperiale (la terza ipotesi) si riferisce
all’uso notorio dell’arma di rosso alla croce bianca caratteristica della parte
imperiale o ghibellina che dir si voglia (nell’araldica civica, ma anche in
quella nobiliare), contrapposta alla croce rossa in campo bianco tipica della
parte guelfa e anti imperiale (si pensi al caso più noto di Milano, ma anche
Firenze che non aveva una croce ma invertì gli smalti da ghibellini a guelfi
nel 1252 con l’avvento del governo popolare, come ricorda Dante nel Paradiso). L’uso
dell’aggettivo “tardo” si riferiva appunto ad un anacronismo, essendo caduto in
disuso l’antico emblema imperiale ai tempi della comparsa della fascia
nell’arma dei signori di Piobbico.
In
definitiva l’araldo insiste nella necessità di modificare gli smalti dello
stemma: campo bianco e leone azzurro, come nello stemma dei Brancaleoni di
Piobbico, lasciando per buona la fascia in capo rossa con la croce bianca.
Vien definita la nostra polemica bizantina
e estranea agli sforzi volti al prestigio del castello e delle sue collezioni.
Invece si tratta di ridare dignità allo stemma dei signori di Piobbico per adesione alla verità storica proprio per elevare il prestigio di questo prezioso bene monumentale.
La mia replica, inviata il 16 aprile, non ha avuto ancora risposta.
Invece si tratta di ridare dignità allo stemma dei signori di Piobbico per adesione alla verità storica proprio per elevare il prestigio di questo prezioso bene monumentale.
La mia replica, inviata il 16 aprile, non ha avuto ancora risposta.
(Il vero stemma dei Brancaleoni di Piobbico - conte Antonio)
(Lo stemma "artistico" realizzato dal Brandani)
martedì 22 maggio 2012
L'araldica nei sigilli della famiglia di Paolo da Montefeltro (XIV sec.)
A. Conti
In "Nobiltà. Rivista di araldica, genealogia e ordini cavallereschi", marzo-aprile 2012, pp. 163-172.
Dall'Archivio di Stato di Mantova provengono i resti di sigilli aderenti del conte Paolo da Montefeltro (+1399) e di sua moglie Thora Gonzaga, che permettono di ampliare la conoscenza araldica della casata dei signori di Urbino, in particolare per quel che concerne l'uso dei cimieri. Quest'ultimo particolare, unito ad altri, permette finalmente di attribuire, ad un personaggio esattamente collocabile nella genealogia dei conti di Urbino, la matrice di un sigillo conservata nella splendida collezione Corvisieri del Museo Nazionale di Palazzo Venezia a Roma (inv. 9529/503): si tratta di Ugolino, figlio di Paolo e di Thora.
(Ricostruzione del sigillo del conte Paolo, 1366)
giovedì 26 aprile 2012
Son toscano e non lo sapevo...
Gironzolando per il web a caccia di immagini interessanti sulle quali arrovellare le meningi con elucubrazioni araldiche più o meno amene, mi sono imbattuto in un sito che pubblicizza le produzioni dell'artigianato artistico tradizionale della Toscana. Un sito di Artex Centro per l'Artigianato Artistico e Tradizionale della Toscana, patrocinato dalla Regione Toscana, dalla C.N.A. e da Confartigianato. Insomma roba grossa.
Ebbene, tra i prodotti della Tradizione Toscana ecco campeggiare tre dei vari scudi realizzati dalla ditta Casa della Pelle di Siena su mio disegno. Sull'aquila dei Prefetti di Vico intervennero fortunatamente le mani degli artisti senesi (la mia era davvero poco più di un abbozzo, ma meglio non avrei saputo fare), gli stemmi di Cesare Borgia e dei Del Monte-Della Rovere sono i miei...
A parte il fatto che per quel progetto (finanziato con soldi dell'Europa) io non ho visto un quattrino (ma i senesi sono innocenti), sono felice di scoprire in me una vena toscana che non conoscevo.
Bene :-)
Il sito è questo: http://www.collezionitoscane.info/it/azienda.html?azienda=58504
Ebbene, tra i prodotti della Tradizione Toscana ecco campeggiare tre dei vari scudi realizzati dalla ditta Casa della Pelle di Siena su mio disegno. Sull'aquila dei Prefetti di Vico intervennero fortunatamente le mani degli artisti senesi (la mia era davvero poco più di un abbozzo, ma meglio non avrei saputo fare), gli stemmi di Cesare Borgia e dei Del Monte-Della Rovere sono i miei...
A parte il fatto che per quel progetto (finanziato con soldi dell'Europa) io non ho visto un quattrino (ma i senesi sono innocenti), sono felice di scoprire in me una vena toscana che non conoscevo.
Bene :-)
Il sito è questo: http://www.collezionitoscane.info/it/azienda.html?azienda=58504
lunedì 9 aprile 2012
Il pianto dell’araldo e il cappellare lo stemma dei Brancaleoni.
Avevano nell’arme smalti belli. Bianco era il campo e azzurro era il
leoncello. Usavano gli smalti come altre
casate: i conti di Carpegna, quelli di Piagnano e più in
là casate altrettanto prestigiose. Tanto prestigiose che taluno volle fare dell’azzurro
e del bianco i colori degli antichi conti carolingi, mentre altri subito lo
smentirono.
Aggiunsero, non si sa ancora quando e perché, in capo una fascia rossa carica d’una croce bianca. Cavalleresco ordine? Una crociata? Un tardo richiamo imperiale? Di questo pare essersi persa ogni memoria.
In ogni caso un’arma bella, presente nel castello ed anche in antichi suppellettili lì ritrovati e visibili nel museo ivi allestito.
Nonostante ciò, no. S’è voluto cappellare. Così, gratuitamente, come se l’araldica non significasse niente. Come se i Brancaleoni antichi (di loro stiamo parlando), e finanche gli ultimi eredi urbinati, non avessero ossessivamente rappresentato quegli smalti nel loro stemma.
Anche chi non è amante della polvere degli archivi o chi disdegna le linde pagine dei libri stampati belli e pronti, doveva conoscere. Ma anche per costui si era scritto, tempo fa, sulla rete delle reti un primo, chiaro, contributo che chiunque avrebbe scovato digitando stemma Brancaleoni Piobbico in un motore di ricerca.
E invece no. Nemmeno quello, o nonostante quello, s’è voluto cappellare. Si è voluto prendere lo stemma in stucco del Brandani e usarlo tal quale come emblema del castello restaurato e musealizzato.
Ingannati dall’antica legge degli smalti codificata dai primi araldi, o per imperizia, o ancora per cosciente voglia di novità si è dotato lo scudo d’un campo azzurro a circondare il leone d’oro brandanesco. Cosicché, salva la fascia, in barba all’artista urbinate, l’antico stemma con quegli smalti che accomunavano i diversi rami della casata, non c’è più.
E dunque, un qualunque Brancaleoni risvegliato oggi dal sonno eterno non dubiterebbe a muovere subito guerra al suo castello vedendovi sventolare un vessillo con un’arma aliena alla casata sua. Ma, giunto sotto le mura troverebbe a difendere il maniero solo un moderno sindaco, forse un presidente di proloco e un fiero creativo. Più in là l’araldo scrivente, piangente della sua impotenza, implorare i novelli signori del Piobbico di mutare subito l’arma, di restituire ad essa l’antica dignità e mutare con poca spesa quegli smalti. Per carità.
Aggiunsero, non si sa ancora quando e perché, in capo una fascia rossa carica d’una croce bianca. Cavalleresco ordine? Una crociata? Un tardo richiamo imperiale? Di questo pare essersi persa ogni memoria.
In ogni caso un’arma bella, presente nel castello ed anche in antichi suppellettili lì ritrovati e visibili nel museo ivi allestito.
Nonostante ciò, no. S’è voluto cappellare. Così, gratuitamente, come se l’araldica non significasse niente. Come se i Brancaleoni antichi (di loro stiamo parlando), e finanche gli ultimi eredi urbinati, non avessero ossessivamente rappresentato quegli smalti nel loro stemma.
Anche chi non è amante della polvere degli archivi o chi disdegna le linde pagine dei libri stampati belli e pronti, doveva conoscere. Ma anche per costui si era scritto, tempo fa, sulla rete delle reti un primo, chiaro, contributo che chiunque avrebbe scovato digitando stemma Brancaleoni Piobbico in un motore di ricerca.
E invece no. Nemmeno quello, o nonostante quello, s’è voluto cappellare. Si è voluto prendere lo stemma in stucco del Brandani e usarlo tal quale come emblema del castello restaurato e musealizzato.
Ingannati dall’antica legge degli smalti codificata dai primi araldi, o per imperizia, o ancora per cosciente voglia di novità si è dotato lo scudo d’un campo azzurro a circondare il leone d’oro brandanesco. Cosicché, salva la fascia, in barba all’artista urbinate, l’antico stemma con quegli smalti che accomunavano i diversi rami della casata, non c’è più.
E dunque, un qualunque Brancaleoni risvegliato oggi dal sonno eterno non dubiterebbe a muovere subito guerra al suo castello vedendovi sventolare un vessillo con un’arma aliena alla casata sua. Ma, giunto sotto le mura troverebbe a difendere il maniero solo un moderno sindaco, forse un presidente di proloco e un fiero creativo. Più in là l’araldo scrivente, piangente della sua impotenza, implorare i novelli signori del Piobbico di mutare subito l’arma, di restituire ad essa l’antica dignità e mutare con poca spesa quegli smalti. Per carità.
mercoledì 28 marzo 2012
Disavventure araldiche dei Montefeltro su internet
I meriti della
rete telematica internet sono enormi, buona parte del pianeta probabilmente non
ne saprebbe più fare a meno. Va ricordato che al contempo a tanta parte della
popolazione mondiale ne è precluso l’accesso per estrema indigenza oppure è
fortemente limitato da regimi politici dispotici. Infatti, nonostante tentativi
più o meno palesi di imbrigliare internet, la principale risorsa della rete è
la libertà con tutti i pro e con tutti i contro.
Anche l’araldica ha trovato ovviamente spazio sul web. Siti, blog e anche gruppi Facebook sono dedicati alla materia.
Tra i più famosi c’è sicuramente heraldique-europeenne.org curato da Arnaud Bunel, che ha raccolto ridisegnando con stile uniforme e decisamente computerizzato una moltitudine di stemmi araldici europei.
E’ quasi ovvio che dedicandosi ai grandi numeri con modalità semi-artigiane il curatore sia potuto incorrere in errori, ed è quanto accaduto nella pagina dedicata ai Montefeltro, realizzata con la collaborazione di Angelo Bellettini: si veda heraldique-europeenne.org
Purtroppo non uno degli stemmi attribuiti ai Montefeltro è corretto.
Si tratta in sostanza dell’errata riduzione dell’arma ducale roveresca operata con la semplice eliminazione dei quarti di sinistra e del palo della Chiesa.
Ripeto: l’aquila in campo d’oro deve essere monocipite e a volo abbassato. Alzerà il volo solo per una corruzione del disegno nel XVII secolo, seguendo l’andazzo generale dello stile araldico di quegli anni.
I quarti bandati hanno gli smalti invertiti e manca l’aquila sulla seconda banda.
Il palo della Chiesa è errato anch’esso: i Montefeltro non usarono l’ombrellino, ma sempre e solo la tiara a sormontare le chiavi decussate.
Vale il discorso fatto sopra anche per il manto e la corona, con l’avvertenza che i Montefeltro usarono indicare il rango ducale acquisito definitivamente nel 1474 con una corona costituita da un cerchio d’oro gemmato. Niente fioroni e punte che compariranno solo in epoca roveresca.
E' corretto l’uso della giarrettiera per entrambi i duchi con l’avvertenza che tale decorazione cavalleresca poté essere usata da Federico solo dal 1474 e da suo figlio solo dal 1502.
Anche l’araldica ha trovato ovviamente spazio sul web. Siti, blog e anche gruppi Facebook sono dedicati alla materia.
Tra i più famosi c’è sicuramente heraldique-europeenne.org curato da Arnaud Bunel, che ha raccolto ridisegnando con stile uniforme e decisamente computerizzato una moltitudine di stemmi araldici europei.
E’ quasi ovvio che dedicandosi ai grandi numeri con modalità semi-artigiane il curatore sia potuto incorrere in errori, ed è quanto accaduto nella pagina dedicata ai Montefeltro, realizzata con la collaborazione di Angelo Bellettini: si veda heraldique-europeenne.org
Purtroppo non uno degli stemmi attribuiti ai Montefeltro è corretto.
Stemma attribuito
alla casata
E’ una summa
di imprecisioni, difficile sapere da quale cominciare. Intanto lo stemma che
potremmo dire originario: è bandato d’oro e d’azzurro, mentre dovrebbe essere
bandato d’azzurro e d’oro.
Questo stemma bandato è stato incrementato con un capo d’oro all’aquila bicipite di nero, coronata del campo. Ebbene, nonostante alcune testimonianze tardive, i Montefeltro non usarono mai un’arma simile, mai un capo, né tantomeno un’aquila bicipite. Mai.
Questo stemma bandato è stato incrementato con un capo d’oro all’aquila bicipite di nero, coronata del campo. Ebbene, nonostante alcune testimonianze tardive, i Montefeltro non usarono mai un’arma simile, mai un capo, né tantomeno un’aquila bicipite. Mai.
E’ vero che
esistono testimonianze tarde che descrivono o mostrano un arma bandata con un
capo imperiale, ma si tratta di ricostruzioni o interpretazioni errate. Cadde
nell’errore il celebre Pietrasanta nel suo lavoro Tesserae gentilitiae stampato in Roma nel 1638, ma anche l’autore
di una celebre veduta urbinate (disegno acquerellato datato agli anni 1780-84).
In questo secondo caso l’arma è attribuita a Urbino (col medesimo errore) e
mostra sbarre in luogo di bande.
Si tratta in sostanza dell’errata riduzione dell’arma ducale roveresca operata con la semplice eliminazione dei quarti di sinistra e del palo della Chiesa.
L’arma che Bunel avrebbe dovuto inserire è quella bandata d’azzurro e d’oro,
con la seconda banda caricata di un'aquila di nero a volo abbassato.
A Oddantonio
da Montefeltro (+1444) è attribuito lo stemma precedente, munito di corona di stampo
ducale e di manto rosso foderato d’ermellino.
Oddantonio fece uso di più modelli di stemmi, taluni
davvero singolari, come quello alle tre aquile poste 2 e 1, ma mai usò uno
stemma quale quello proposto da Bunel. Anzi, per quel che abbiamo rilevato nel
corso delle nostre indagini, Oddantonio fu il primo a usare uno stemma
inquartato.
A Federico (+ 1482) e a suo figlio Guidobaldo (+1508) è attribuito il
medesimo stemma ed è questa l’unica cosa esatta. Tuttavia lo stemma proposto
persevera negli errori precedenti ed è gravato da un altro ancora.
Ripeto: l’aquila in campo d’oro deve essere monocipite e a volo abbassato. Alzerà il volo solo per una corruzione del disegno nel XVII secolo, seguendo l’andazzo generale dello stile araldico di quegli anni.
I quarti bandati hanno gli smalti invertiti e manca l’aquila sulla seconda banda.
Il palo della Chiesa è errato anch’esso: i Montefeltro non usarono l’ombrellino, ma sempre e solo la tiara a sormontare le chiavi decussate.
Vale il discorso fatto sopra anche per il manto e la corona, con l’avvertenza che i Montefeltro usarono indicare il rango ducale acquisito definitivamente nel 1474 con una corona costituita da un cerchio d’oro gemmato. Niente fioroni e punte che compariranno solo in epoca roveresca.
E' corretto l’uso della giarrettiera per entrambi i duchi con l’avvertenza che tale decorazione cavalleresca poté essere usata da Federico solo dal 1474 e da suo figlio solo dal 1502.
Dopo aver
segnalato al curatore del sito le incongruenze che ho evidenziato e dopo
essermi dichiarato disponibile a collaborare per la correzione, non avendo
ottenuto risposta, ho deciso di segnalare gli errori con questo post nel mio
modesto blog.
Spero che
qualcuno, competente a intervenire su Wikipedia, possa mettere mano alla cosa
rimediando a questa tragica debacle araldica.
Il virus dell’arma
errata (ma disegnata in modo evidentemente ritenuto accattivante, nonostante lo
scudo sannitico) ha infettato gran parte dei siti che si occupano dei Montefeltro
e non solo.
La fede (eccessiva) in Wikipedia quale fonte adeguata ha indotto evidentemente in errore anche chi opera al di fuori del web, come il disegnatore della copertina dell’illustre rivista “Studi Montefeltrani” n. 32.
La fede (eccessiva) in Wikipedia quale fonte adeguata ha indotto evidentemente in errore anche chi opera al di fuori del web, come il disegnatore della copertina dell’illustre rivista “Studi Montefeltrani” n. 32.
E’ davvero uno
sgarbo che i povero Montefeltro non meritano.
lunedì 26 marzo 2012
Federicus versus Oddantonius
Nell'ultimo numero della rivista "L'Eugubino" (a. LXIII (2012), n. 1, p. 14), è stato pubblicato il mio articolo Federicus versus Oddantonius negli affreschi di palazzo Beni. Si tratta dell'interpretazione di uno stemma che verosimilmente venne originariamente dipinto in onore di Oddantonio da Montefeltro, e che dopo l'omicidio del suo titolare, nella congiura del luglio 1444, venne attribuito al fratellastro Federico acclamato nuovo signore. Federico che probabilmente non estraneo al delitto.
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