mercoledì 26 agosto 2020

Quell'intenso 2018

È appena stato pubblicato il bel libro dedicato ai primi trentacinque anni del gruppo storico fanese “La Pandolfaccia”, ispirato all’epoca della signoria di Pandolfo III Malatesti. Trentacinque anni sono veramente tanti, narrati con passione dai molti che hanno fatto la storia di questo gruppo.

Per un anno la lunga vicenda si è incrociata con la mia quando, nel 2018, mi unii ai tanti associati della Pandolfaccia. 

Un anno impegnativo: come genitore accompagnavo mia figlia alla scuola di bandiera, fui coinvolto nel gruppo dei Nobili impegnato anche in danze a me notoriamente poco congeniali, ho cercato di dare il mio contributo come trombetto suonando (diciamo così) la chiarina nel gruppo dei Musici, proposi con discrezione di poter dare il mio contributo come araldista per gli allestimenti della principale manifestazione organizzata dalla Pandolfaccia: il Palio delle Contrade, all’epoca giunto alla quarta edizione.


Qui non ricorderò gli episodi del mio piccolo anno di associato, che sono nulla; ricorderò solo l’aspetto araldico della mia breve partecipazione che pure ha lasciato un segno importante, se è vero che solo allora, alla quinta edizione del Palio, che alle quattro contrade partecipanti furono abbinati i nomi corretti dei quattro quartieri presenti a Fano nel XV secolo. Fu proprio in vista del Palio del 2018 che la Pandolfaccia abbandonò le denominazioni di fantasia usate nelle prime quattro edizioni e adottò le storiche denominazioni, a seguito del progetto araldico richiestomi dal presidente il 13 aprile e che consegnai tredici giorni dopo.

Il progetto prevedeva la trasformazione degli stemmi delle contrade partecipanti al Palio allo stato dato, ma naturalmente da coscienzioso appassionato della materia avvertii in premessa che le contrade non erano quattro, ma ventisei, raggruppate in quattro quartieri anticamente denominati San Francesco, Porta Nuova, Castel de’Mammoli, Vescovado.

La trasformazione degli stemmi era intesa a renderli araldicamente corretti e accattivanti, usando i colori già adottati da quattro edizioni e sui quali le contrade avevano fatto investimenti per abiti e insegne. Questi i confini del mandato ricevuto e adempiuto.

Come prevedibile, la notizia della denominazione medievale delle contrade, per altro già pubblicata da Aurelio Zonghi (1886-1888) e da Anna Falcioni (1997), bloccò lo sviluppo del progetto che si basava, come richiesto, sulle denominazioni in uso nel Palio. La dirigenza decise di soprassedere, optando per emblemi delle contrade con i soli colori e senza le figure ormai superate, in attesa di scoprire quali insegne avessero i quartieri medievali di Fano.

La vicenda è ricordata da Fabio Frattesi nel libro fresco di stampa (Matteo Itri (a cura), La Pandolfaccia 35 anni di storia nella storia, 2020) a p. 177: 

"Il 31 agosto, 1 e 2 settembre 2018 andava quindi in scena il 'Palio delle Contrade' in una versione rinnovata, presso la Rocca malatestiana, con tantissime novità al seguito:

- uno studio più approfondito svolto in quell'anno ci portò a trasformare il nome delle contrade perché Fano, nel 1400, contava ben 26 contrade e 4 quartieri. Si sono rinominate le contrade con i nomi dei quattro quartieri di Fano: la contrada dell' "Assunta divenne "San Francesco", "Borgo Mozzo" divenne "Porta Nuova", la "Croce" fu rinominata "Castel dei Mammoli" e "San Sebastiano" assunse il nome di Vescovado"; (...)".

Connessa alla storia della Pandolfaccia è anche la mia ricerca sul più celebre stemma medievale presente a Fano e che da sempre è emblema delle manifestazioni medievali della città e stemma della stessa Pandolfaccia, ne ho già dato conto su questo blog attribuendolo alla famiglia Boccacci e non più ai Malatesti come fatto fino ad allora dall'unanime storiografia.

Credo sia giusto ricordare anche altri contributi: la mostra dei Codici malatestiani alla Biblioteca Federiciana, il Laboratorio di araldica dedicato ai bambini preso la Mediateca Montanari, e gli scudi per l'allestimento del Palio.

A pensarci bene, quel 2018 fu un anno davvero intenso!

Tutto ciò premesso, pubblico questo mio lavoro perché è stata una mia attività araldica, l’unica finalizzata all’organizzazione di un Palio. Ecco le schede con gli stemmi che io proposi in sostituzione di quelli in uso che si osservano in cima a ciascuna scheda.










Ma sempre nel 2018 si è esaurito il mio impegno nel gruppo...



 











sabato 25 luglio 2020

Gli stemmi dell'antica Sala Grande del Palazzo Ducale di Camerino


Ho ricevuto qualche giorno fa, da Luciano Birocco, questo volume dedicato alla scomparsa decorazione araldica della Sala Grande del Palazzo Ducale di Camerino. Ringrazio Luciano per questo regalo e ringrazio anche Manuel Bernardini (anche lui di Camerino) che ha avuto lo stesso pensiero ma è stato anticipato.

Ho conosciuto Luciano e Manuel su Facebook, ma avrei potuto conoscerli nell’ambito dei “luoghi” nei quali esercitiamo (con diverse fortune, più loro che mie) i nostri interessi e le nostre impegnative passioni: l’ambito rievocativo e quello goliardico entrambi caricati di un profondo interesse per la conoscenza storica.

Per molto tempo il mondo camerte è stato per me totalmente sconosciuto, l’ho sfiorato nel corso delle mie ricerche solo per il breve momento nel quale Guidobaldo Della Rovere fu duca di Camerino. Tuttavia, chattando con Luciano su Facebook abbiamo messo a fuoco un aspetto interessante (non ancora completamente chiarito in tutti gli aspetti) relativo alla “divisa” dei da Varano, quantomeno con Giulio Cesare, ma verosimilmente anche con altri membri del casato. Anche qui, come in molte altre corti signorili italiane e presso diverse compagnie militari, abbiamo trovato l’uso del bianco, del rosso e del verde, come consuetudine abbinati a monogrammi e imprese.

Ma torniamo al libro. Ho trovato molto interessante questo piccolo volume, non solo perché mi ha permesso di conoscere la serie completa degli stemmi che un tempo decoravano il più grande ambiente di rappresentanza della residenza dei da Varano, ma perché mi ha permesso di conoscerne la vicenda attraverso fonti documentarie e ricostruzioni virtuali con gli interventi di Matteo Mazzalupi e di Roberta Camillucci.
Affacciatomi così su questo mondo ho scoperto che altri studi su questo ciclo erano stati svolti - cito quello di Luigi Borgia (2005) per essere questi uno dei principali araldisti moderni italiani - e ho scoperto che esistono diversi manoscritti che descrivono e illustrano anche con immagini questa serie di stemmi che era accompagnata da elogia dedicati ai singoli signori di Camerino, da Gentile I (+ 1284) a Giovanni Maria (+ 1527) redatti dal vescovo umanista Varino Favorino (vedasi gli interventi di Mazzalupi e di De Rosa). In questo volume, Fiorella Piano, correda ciascuno stemma della blasonatura e di note biografiche dei titolari che permettono al lettore di avere una conoscenza rapida ed efficace del personaggio, più di quanto, in modo aulico, fecero gli elogia scomparsi che sono ovviamente riprodotti nel volume assieme agli stemmi, tutti tratti dal manoscritto Marsili Feliciangeli: Memoria et cronica de stirpe Varanea Camerte ut habetur in aula magna palatii ducalis Cammerini (autenticato nel 1609) conservato presso il Rettorato dell'Università degli Studi di Camerino

Gli stemmi dei signori di Camerino sono accompagnai da quelli delle consorti, a loro volta sempre rappresentati nella classica partizione matrimoniale: a destra l’arma del marito e a sinistra quella della famiglia della moglie. Come accade spesso anche in altre casate, per quanto possa sembrare incredibile, non sempre si conoscono le mogli di tutti i signori e in questo caso lo stemma partito viene egualmente rappresentato, ma con una lacuna nella partizione di sinistra. A parte la moglie di Gentile I, queste lacune si protraggono fino alla metà del Trecento.

Il pregio di ogni studio storico (e araldico) è anche quello di essere punto di partenza e spunto per ulteriori indagini. Va detto che questo volume facilita la cosa essendo dotato di un ricchissimo apparato di note.

La prima domanda, a cui verosimilmente è già stata data risposta è: davvero non esiste più nulla di questa decorazione? Nel volume si legge che in tempi remoti gli stemmi venne coperti di bianco… Il grande salone ha subito molte trasformazioni, fino ad essere suddiviso in molti ambienti nel XVIII secolo… chissà?

Un altro aspetto che solletica l’interesse dell’araldista sono i cimieri che corredavano e differenziavano gli stemmi altrimenti standardizzati nel vaiato varanesco.
Al capostipite Gentile I è attribuito il cimiero con la testa di cane marino che comparirà spesso tra i discendenti, ma non sempre. A partire da suo figlio Bernardi I pare documentato l’uso di un rosso sole raggiante, per tre consecutive generazioni; più oltre, quasi continuativamente, per quattro generazioni è attestato il cimiero della testa di liocorno; qua e là compare comunque il cimiero della testa di cane parino, talvolta armeggiato vaiato. Appaiono poi interessanti i personali cimieri di due fratelli: Giovanni Spaccaferro (due braccia che spezzano un ferro di cavallo) e Venanzio Falcifer (due lame di falce). Ad attestare l’avvenuta elevazione al rango ducale, lo stemma di Giovani Maria (che commissionò il ciclo) è timbrato da una corona che ormai non è più l’antico cerchio gemmato dei duchi papali del secolo precedente (Este, Montefeltro, Della Rovere), ma ben più ricca come ormai imponeva la moda dell’epoca.
Nel volume è poi pubblicato anche lo stemma dell’ultimo duca di Camerino: Guidobaldo Della Rovere e quello di sua moglie Giulia da Varano figlia unica figlia di Giovanni Maria. Ovviamente questi stemmi non furono mai dipinti nel salone camerte.

Infine, ma non per ultimo, la curiosità dell’araldista si rivolge anche verso la reale rappresentazione di quegli stemmi. Fino a quanto sono fedeli gli stemmi ricopiati nei diversi manoscritti superstiti? Dalla lettura degli interventi pubblicati in questo volume, pare esistano differenze di stile. Forse anche alcune incongruenze araldiche (per esempio nelle armi malatestiane) potrebbero non essere state presenti negli stemmi originali… chissà?


F. PAINO (a cura), La sala del palazzo de questi Varani… Storia e decorazione della Sala Grande del Palazzo Ducale di Camerino, Università di Camerino, Camerino 2020.
(Formato 17x24, rilegato filo refe, 112 pagine, illustrato a colori)

Indice

F. PAINO, Introduzione.

C. PETTINARI, Prefazione, La nostra casa.

L. BIROCCO, Tutto cominciò… sul finire del mese di maggio dell’anno 1987.

M. MAZZALUPI, ‘Pare fusse un prodigio della loro estintione’. Verso una ricostruzione del fregio della Sala Grande del Palazzo da Varano.

R. CAMILLUCCI, Per un’ipotesi ricostruttiva della Sala Grande del Palazzo da Varano.

F. PAINO, ‘Un giro de quadri, ciascun quadro con l’arme de Varani’. La decorazione araldica della Sala Grande.

G. DE ROSA, Varino Favorino, un umanista alla corte dei da Varano.

F. PAINO, Conclusione. La sala degli Stemmi dell’Università di Camerino, Palazzo Ducale.




martedì 11 febbraio 2020

Affreschi araldici e sacri trecenteschi nel Palazzo del Podestà di Fano


Sabato 1 febbraio 2020, a Fano, presso la Mediateca Montanari, è stato presentato il n. 31 della rivista "Nuovi Studi Fanesi" edita dalla Biblioteca Federiciana, nel quale è pubblicato il mio ultimo saggio:


Gli stemmi del Comune e di Galeotto Malatesti tra gli affreschi sacri nell'antico Palazzo del Podestà di Fano (Sala Verdi del Teatro della Fortuna).




Posso dire (pur essendo l'autore) che questa ricerca e la sua pubblicazione apportano un importante dato di conoscenza alla storia e alla storia dell'arte fanese ed anche al più ampio panorama artistico della vasta signoria malatestiana. Questo non per l'analisi storica e per le valutazioni storico artistiche, che restano tutte da compiere, ma per aver riportato all'attenzione, queste opere pittoriche totalmente dimenticate, direi totalmente sconosciute.



Nata dalla curiosità dell'araldista di verificare se nell'antico Palazzo del Podestà di Fano fossero rimaste decorazioni araldiche, questa ricerca ha potuto svelare non solo la presenza di affreschi che sono ben altro che vaghe macchie di colore, come saranno apparse al numeroso pubblico che affolla spesso la sala ovviamente distratto da altro) ma ha permesso di rilevare la presenza del più antico stemma dipinto del Comune di Fano e di un suggestivo stemma dipinto del primo signore malatestiano sulla città: Galeotto I Malatesti (m. 1385).

La ricerca, durata un anno, è stata svolta con sopralluoghi resi difficoltosi dalla posizione degli affreschi, dal loro stato di conservazione, dalla illuminazione inadeguata e soprattutto dall'impossibilità di avvicinarsi alle opere; ma sopratutto è stata realizzata presso gli archivi delle Soprintendenze competenti, presso l'archivio del Comune di Fano, presso la Biblioteca Federiciana e la Sezione di Archivio di Stato di Fano.

Il mio saggio si articola nei seguenti capitoli e paragrafi:

1 - Un palazzo bello e sfortunato
2 - Palazzi decorati
3 - Affreschi distrutti, occultati e dimenticati
4 - Il dramma, la riscoperta e ancora l'oblio
5 - La mia riscoperta
6 - Lo stemma di Fano
7 - La scacchiera, ovverosia lo stemma a bande scaccate dei Malatesti
8 - Lo stemma brisato di Galeotto
9 - Il segno brisante: la lettera G con le teste di drago
9.1 - Lo stemma di Galeotto a Ripatransone
9.2 - Lo stemma nel boccale di Montefiore Conca
9.3 - Lo stemma nel castello di Petrella Guidi
9.4 - Lo stemma di Galeotto al Museo civico di Fano
9.5 - Stemma nella Torre di Saltara
9.6 - Lettera G in un Registro delle collette
9.7 - Sigillo del Comune di Fano con l'iniziale di Galeotto
10 - La signoria di Galeotto a Fano e la datazione degli stemmi
11 - Conclusioni e auspici

Ora, l'auspicio che questi affreschi ritrovati possano essere studiati, restaurati e valorizzati. Sarà mia cura tentare di raggiungere questi obiettivi.

Video della presentazione del mio saggio.
(per un lapsus ho chiamato Ferri l'architetto Fabbri... chiedo venia)




Riferimento bibliografico dell'articolo
A. CONTI, Gli stemmi del Comune e di Galeotto Malatesti tra gli affreschi sacri nell'antico Palazzo del Podestà di Fano (Sala Verdi del Teatro della Fortuna), in "Nuovi Studi Fanesi", n. 31/2019, pp. 7-64, ISSN: 1125-8799.



Copia della rivista può essere richiesta alla Biblioteca Federiciana:
via Castracane 1 - 61032 Fano (PU)
tel. 0721.887473

email: federiciana@comune.fano.pu.it


Numeri arretrati della rivista disponibili online (pdf):
"Nuovi Studi Fanesi"




mercoledì 11 dicembre 2019

Reperti araldici architettonici nella fortezza di San Leo (ArcheoMed) - Istituto Italiano dei Castelli


Venerdì 29 dicembre 2019, nell'ambito del seminario "Finalità ed attività dell'Istituto Italiano dei Castelli", è stato presentato a Fano il volume 
La fortezza di Montefeltro. San Leo: processi di trasformazione, archeologia dell’architettura e restauri storici, pubblicato a cura di Daniele Sacco e Alessandro Tosarelli nella collana ArcheoMed, con la casa editrice fiorentina All'Insegna del Giglio, nel 2016.
In questa occasione ho illustrato il mio intervento nel volume, dal titolo :
Reperti araldici architettonici nella fortezza di San Leo”.







venerdì 21 giugno 2019

Labratorio di araldica per bambini presso Mediateca Montanari di Fano


Ecco un'altra iniziativa da me realizzata nel corso dell'estate del 2018.

Il mio stemma: laboratorio di araldica per bambini
- in occasione della V edizione del Palio delle Contrade -



In collaborazione col personale della Mediateca Montanari, e con l'aiuto di Sabrina e Kikka, ho sperimentato il mio primo laboratorio di araldica per bambini. Pensato per bambini in età scolare, ha visto la partecipazione di bambini anche più piccoli, alcuni incredibilmente molto interessati.

Ho cercato di raccontare cos'è l'araldica, la sua vicenda storica e la sua applicazione, mostrando anche esempi attuali. Nel corso della mia non breve introduzione diversi bambini hanno posto domande molto pertinenti, sono rimasto stupito vista l'età.

Poi, col materiale predisposto dal personale della Mediateca, i bambini si sono sbizzarriti a realizzare o a colorare figure araldiche... più secondo il loro gusto che secondo le poche regole che tra le molte parole avevo tentato di spiegare... ma è giusto così, a quell'età.

Chissà se tra qualche anno qualcuno di questi bambini si ricorderà di quel capellone buffamente vestito incontrato alla MeMo e tornerà ad appassionarsi della materia?

 
 
 
 
 
 
Finito il laboratorio, all'uscita dalla MeMo: Kicca e Sabrina
del Gruppo storico "La Pandolfaccia"

Scudi per allestimento di una manifestazione


Anche questo post è un aggiornamento relativo alle mie attività dell'estate scorsa, quella del 2018.
Al fine di migliorare l'allestimento di un'importante manifestazione della città di Fano, il Palio delle Contrade organizzato dal gruppo storico "La Pandolfaccia", mi proposi per la sostituzione di numerosi scudi araldicamente impropri con altri coerenti con una manifestazione che intenda rievocare i fasti della dominazione malatestiana su Fano, in particolare quella di Pandolfo III Malatesti (1385-1427).




Ottenuto il placet del Presidente, ho ritirato una ventina di vecchi scudi con decorazioni varie e di forme diverse.


 
Ho quindi provveduto dare una forma adeguata e a scartavetrare (a mano!!!) tutti gli scudi ottenendo un quindicina di supporti utilizzabili.


Al fine di permettere allestimenti coerenti con possibili diversi momenti e luoghi della manifestazione, ho dipinto gli scudi con tre armi diverse: l'arma con le bande scaccate della famiglia della famiglia Malatesti, l'arma partita del comune di Fano, e scudi con la rosa quadripetala che fu impresa dei Malatesti, scegliendo una delle colorazioni attestate nella signoria di Pandolfo.

 
 
 

 
(questo scudo è poi stato rifinito con bordi neri della figura)
 
 
Con gli scudi così realizzati fu poi allestita l'area dei giochi del Palio (detta Cassero dei Malatesti, dov'è collocato il palco destinato alla corte di Pandolfo III).
 
 
 
 
Alcuni scudi, avanzati dall'allestimento di quell'area, vennero collocati nella piazza d'arme della Rocca.
 
 
 
 
Fine
 



 

giovedì 20 giugno 2019

Pandolfo III Malatesti: domini, uomini d'arme e insegne


Devo dare conto, con quasi un anno di ritardo, di alcune mie iniziative dell'estate 2018.
La prima si è svolta presso la Biblioteca Federiciana dal 20 agosto al 2 settembre, in occasione della quinta edizione del Palio delle Contrade


Esposizione di Codici malatestiani
a cura di
Sara Cambrini
(archivista Sezione di Archivio di Stato di Fano)
e
Antonio Conti
(araldista)


 

 
 
 
 
 
 



Dal dépliant:
 
I Codici malatestiani

I Codici Malatestiani sono 113 volumi (e una busta miscellanea) che fanno parte dell’Antico Archivio Comunale di Fano e conservano memoria della dominazione dei Malatesti su Fano e su altre terre. Sono datati dal 1367 e al 1463 e coprono gli anni della signoria malatestiana su Fano iniziata nel 1355 con la prima concessione del vicariato apostolico in temporalibus a Galeotto I, fino alla cacciata di Sigismondo Pandolfo ad opera dell’esercito papale comandato da Federico da Montefeltro nel 1463.

La denominazione di Codici Malatestiani risale a fine ‘800 e fu data da mons. Aurelio Zonghi che per primo ordinò la parte antica dell’Archivio del Comune di Fano e descrisse questi volumi (Repertorio dell’antico archivio comunale di Fano, Fano 1888). I Codici costituiscono la I serie della I sezione dell’Antico Archivio comunale di Fano, oggi conservato presso la Sezione di Archivio di Stato di Fano.

Zonghi ordinò i codici per dominazioni: Galeotto I (1355-1385), nn. 1 e 2; Pandolfo III (1385- 1427), nn. 3-72; Carlo (fratello di Pandolfo) e Sigismondo Pandolfo, Galeotto Roberto etc., nn. 73-78; Sigismondo Pandolfo (1429-1463), nn. 79-112. I codici del periodo di Pandolfo III si distinguono in: relativi al dominio su Fano, codici 3-39; relativi al dominio su Brescia (1404- 1421), Bergamo (1407-1419) e Lecco (1498-1418), nn. 40-68.

 Si tratta di volumi di vario formato, in parte membranacei e per la maggior parte cartacei, che spesso conservano ancora le coperte originali in pergamena (come il codice 8 qui in mostra), scritti in latino e spesso in volgare. Dal punto di vista della tipologia documentaria, si tratta principalmente di libri di conti: registrazioni di entrate e spese, partitari di dare e avere, libri mastri e libri giornali, che documentano le entrate e le uscite della corte dei Malatesti, e in senso più lato il suo funzionamento. A questi si aggiungono alcune raccolte di bandi e decreti, lettere, suppliche etc.

 I Codici Malatestiani sono documenti di estrema utilità per lo studio della storia politica, sociale ed economica della famiglia e della città di Fano: da essi si possono evincere notizie su molteplici aspetti della vita di corte, ma anche del comune: condotte militari, tasse e collette, usi alimentari, abbigliamento etc. Dal punto di vista archivistico sono una rarità: si tratta di una delle poche testimonianze, seppure parziali, di un archivio signorile, che documenta l’interesse pratico per la buona tenuta dei conti, ma anche indirettamente la consuetudine con la scrittura.

Anche prima dell’opera meritoria dello Zonghi, la storiografia fanese aveva attinto a questa preziosa fonte, mentre da ormai diversi anni importanti ricerche e pubblicazioni sono venute soprattutto da Anna Falcioni, docente dell’Università di Urbino. Ora, non si può che salutare il prossimo avvio del lavori del Centro Internazionale di Studi Malatestiani, costituito a Fano, che ha tra le principali finalità lo studio e l’edizione dei Codici Malatestiani a vantaggio dell’intera comunità, non solo scientifica.

L’esposizione in occasione della 5a edizione del Palio delle Contrade

La presente esposizione è proposta dalla Biblioteca Federiciana come evento collaterale al Palio delle Contrade, manifestazione ormai giunta alla quinta edizione, organizzata dal Gruppo Storico La Pandolfaccia, che unisce momenti rievocativi, di spettacolo e culturali relativi alla vicenda storica del dominio di Pandolfo III Malatesti sulla città di Fano (1385-1427).

I codici esposti sono una piccola selezione di un prezioso patrimonio documentario che è fonte storica anche per l’organizzazione del Palio con la preziosa consulenza storica di Anna Falcioni; per quanto essi siano di pubblica consultazione, sono poco noti al pubblico. I ricercatori storici li hanno consultati per il loro studi, gli appassionati di storia li conoscono attraverso gli studi pubblicati, i più curiosi li avranno già visti in occasione di altre esposizioni; in questa occasione si è voluto dare un’altra opportunità di conoscenza a quanti si avvicineranno al mondo dei Malatesti grazie al Palio: i fanesi, ma anche i turisti che si trovano in città sul finire della stagione balneare.

Con questa esposizione si sono voluti mostrare i codici come oggetti materiali, permettendo all’osservatore di apprezzarne le caratteristiche (i materiali, le molteplici dimensioni, le caratteristiche scritture, l’uso del latino e del volgare, le antiche coperte in pergamena); ma soprattutto di cogliere, con alcuni esempi selezionati, quale tipo di informazioni possono comunicare questi antichi documenti. per questo i codici sono corredati di didascalie, ma anche di trascrizioni, regesti, immagini, cartine e brevi approfondimenti.


Il Palio è una competizione quasi guerresca nella comunità cittadina e la Pandolfaccia nasce come rievocazione di una compagnia militare malatestiana; si è pertanto scelto un particolare percorso espositivo tra i tanti possibili offerti dai Codici Malatestiani. Partendo dall’individuazione dei luoghi dominati da Pandolfo III (ciascuno indicato col principale magistrato), ci si sofferma sul caso di Corinaldo e la nomina del suo Capitano; molti luoghi erano muniti di fortezze presidiate da guarnigioni, regolarmente sottoposte a riviste dette mostre, come accadeva per le porte delle città, in questo caso sono state prese ad esempio fanese di porta San Marco e porta Galea. Oltre al controllo del territorio, l’aspetto militare riguardava anche la principale occupazione di Pandolfo III (quella di condottiero), qui ricordata con la nota dei pagamenti ai soldati reclutati per una campagna militare tra il 1397 e il 1398; vi si rintracciano personalità significative come Galeotto Brancaleoni ma anche Angelo della Pergola. In fine le armi del signore, offensive come spade e daghe, o difensive come elmi e corazze, sontuosamente guarnite dagli orefici, ma anche adornate di segni distintivi (come pennacchi sull’elmo), che corrispondevano al colori militari della casata: la cosiddetta "divisa" che anche con Pandolfo III (come per altre personalità e casate) sembrerebbe essere stata verde, rossa e bianca, come risulterà in modo inequivocabile col figlio Sigismondo Pandolfo.



Bibliografia di riferimento

P.M. AMIANI, Memorie istoriche della città di Fano, Fano 1751.

M. CIAMBOTTI, A. FALCIONI, Liber viridis rationum curie domini. Un registro contabile della cancelleria di Pandolfo III Malatesti, Urbino 2007.

M. CIAMBOTTI, A. Falcioni, Il sistema amministrativo e contabile nella signoria di Pandolfo III Malatesti (1385-1427), Milano 2013.

A. FALCIONI, A. DE BERNARDINIS (a cura), L’età di Pandolfo III Malatesti. Mostra storico - documentaria, Pesaro 2011.

A. FALCIONI, Il costume e la moda nella corte di Pandolfo III Malatesti, Fano 2009.

Il Codice n. 12 dell’Archivio Malatestiano di Fano, in "Studia Picena", 1926.

E. IRACE (a cura), Gli Arcipreti della Penna: una famiglia nella storia di Perugia, Perugia 2014.

F. MILESI (a cura), Fano Medievale, Fano 1997.

A. POLVERARI, Mondavio dalle origini alla fine del Ducato di Urbino (1631), Ostra Vetere 1984.

M. PREDONZANI, Anghiari, 29 giugno 1440. La battaglia, l’iconografia, le compagnie di ventura, l’araldica, Rimini 2010.

M. PREDONZANI, L’araldica militare di Pandolfo III Malatesta, signore di Brescia e Bergamo, in "Soldatini", n 105, marzo-aprile 2014; online nel sito www.stemmieimprese.it.

V. VILLANI, Signorie e comuni nel Medioevo marchigiano: I conti di Buscaredo, Ancona 1992.

A. ZONGHI, Repertorio dell’Antico Archivio Comunale di Fano compilato da mons. Aurelio Zonghi prelato domestico di sua santità Leone XIII, Fano 1888.

Il sito www. condottieridiventura.it

 

Si ringraziano

Massimo Predonzani per il disegno di Pandolfo III  (www.stemmieimprese.it)

Andrea Carloni per le foto dell’Oratorio di San Giovanni di Urbino  (https://www.flickr.com/photos/andrea_carloni/)

 

 

 
Pannello introduttivo-colophon

 
Pannello della I Sezione
 
Pannello della II Sezione
 
Pannello della III Sezione
 
 
 
 
 

 





 


giovedì 28 giugno 2018

E' DEI BOCCACCI IL PIU' CELEBRE STEMMA "MALATESTIANO" DI FANO


Non è uno stemma qualunque. È lo stemma malatestiano per eccellenza nella città di Fano, tanto da essere stato scelto quale simbolo dei Musei Civici Malatestiani.

Celebre per il cimiero del liocorno crestato, questo stemma, murato nel portico dell’ex chiesa di San Francesco, è stato costantemente attribuito alla famiglia Malatesti dalla storiografia fanese e non, per quasi duecento anni.
 
 
 
 

 
Tuttavia, l’attribuzione malatestiana non ha retto alla prova della ricerca compiuta dall’araldista Antonio Conti. L’indagine, basata su diverse fonti documentarie, è stata compiuta principalmente presso i principali archivi fanesi: Biblioteca Federiciana e Archivio diocesano. All’esito è emerso che lo stemma deve essere attribuito alla famiglia Boccacci.

Lastra terragna con stemma - Stemma dei Boccacci - Stemma con smalti malatestiani 


I Boccacci provenivano dal dominio malatestiano di Meldola, nell’entroterra forlivese. Si stabilirono a Fano all’inizio del Quattrocento con certo Molduccio, che fu tra le personalità più vicine a Pandolfo III Malatesti signore di Fano. Molduccio fu podestà di Senigallia e forse anche di Fano, poi venne nominato referendario per tutti i domini di Pandolfo III nelle Marche, in Toscana e in Romagna.

La famiglia Boccacci si estinse nel Settecento, dopo aver attivamente partecipato alla vita politica della città. Tra le sue fila si rintracciano consiglieri e gonfalonieri del comune di Fano, castellani, capitani, cavalieri dell’Ordine di Santo Stefano, conti e baroni, poeti e sacerdoti.


La ricerca è stata presentata in anteprima in una conferenza organizzata in la collaborazione del Sistema Bibliotecario del Comune di Fano, sotto l’egida dello Iagi e della Cigh, presso la Mediateca Montanari (Memo), nella giornata del 22 giugno 2018; sarà prossimamente pubblicata sulla rivista “Nobiltà” dell’Istituto araldico Genealogico Italiano.
 
 

L'articolo, intitolato Lo stemma "malatestiano" col cimiero del liocorno crestato attribuito alla famiglia Boccacci, si compone dei seguenti paragrafi:
Questione di stile
L'attribuzione ai Malatesti
Aspetti controversi dell'attribuzione malatestiana
Una nuova attribuzione, ai Boccacci di Fano
Chi erano i Boccacci?
Conclusioni


Da "il Resto del Carlino", edizione di Pesaro, mercoledì 27 giugno 2018, p. 12.




Sito del Comune di Fano

 
 
 
 
 

sabato 17 febbraio 2018

Lo stemma del Comune di Urbino prima, durante e dopo il regime napoleonico


Lo scorso mese di dicembre 2017 è stato pubblicato il libro a cura di Agnese Vastano: Verso Milano. Le spoliazioni napoleoniche a Urbino. Nel volume compaiono numerosi interventi, tutti anche tradotti in inglese:

- Agnese Vastano, Prefazione (pp. 10-11)
- Daniele Diotallevi, Il generale Bonaparte in Italia. Genio militare e uomo di cultura? (pp. 13-28);
- Bonita Cleri, La Pala Montefeltro nella cultura urbinate del Quattrocento (pp. 29-50);
- Valentina Catalucci, Tra “le più belle opere di pittura che formavano il di Lei ornamento”: i dipinti di Timoteo Viti sottratti alla città di Urbino (pp. 51-62);
- Anna Fucili, La Madonna di Santa Chiara, opera presunta di Raffaello, dispersa in epoca di soppressionni. Da Urbino a Cambridge, Massachusett, trasferimenti e curiosità iconografiche (pp. 63-92);
- Antonio Conti, Lo stemma del Comune di Urbino prima, durante e dopo il regime napoleonico (pp. 93-129);
- Andrea Bernardini, Urbino al tempo delle spoliazioni napoleoniche. Regesto documentario (pp. 130-159).



Il volume è dedicato a un tema annoso e molto sentito a Urbino per il particolare pregio di alcune opere sottratte dal regime napoleonico alla città: prima fra tutte la celebre Pala Montefeltro  (impropriamente detta anche Pala di Brera) dipinta da Piero della Francesca e ora esposta alla Pinacoteca Nazionale di Brera, a Milano. Che posto poteva trovare un saggio di araldica, o comunque un saggio legato al fenomeno araldico in un volume di questo tipo? Ho riflettuto qualche giorno, poi lo spunto è giunto con un dipinto di Timoteo Viti, sottratto dai napoleonici nel 1810, anch’esso a Brera, ma non esposto. Si tratta della conversazione della Vergine col Bambino e i santi Crescentino e Donnino, una tela nella quale il santo patrono di Urbino sorregge il vessillo armeggiato della città, un esempio unico di questo tipo di rappresentazione, per Urbino, a fronte di un’ampia serie di santi vessilliferi presso altri comuni della regione, innanzitutto san Terenzio di Pesaro. Questa tela, databile ai primissimi anni del XVI secolo, è dunque stata il pretesto per tornare sul tema dello stemma Urbinate, in maniera ancor più approfondita di quanto non ho già fatto nel pur completo intervento nel volume “Le Marche sugli scudi. Atlante degli stemmi comunali” edito da Andrea Livi Editore me 2015, a cura di Mario Carassai, con testi di Alessandro Savorelli, Vieri Favini e miei.

Dunque il mio intervento s’intitola lo stemma di Urbino prima, durante e dopo il regime napoleonico; non ho volutamente richiamato il Regno d’Italia, nel titolo, perché per regime napoleonico ho voluto intendere anche la breve parentesi giacobina di fine XVIII secolo.


Il mio intervento prende in esame tutte le fonti fino ad ora note e le interpratazioni storiche addotte nella non piccola bibliografia sul tema. Alcune fonti, molto importanti, sono per altro state individuate da me in anni di ricerca e in gran parte già proposte all’attenzione degli studiosi con pubblicazioni.

Dagli albori del Comune urbinate (attestato all’inizio del XIII secolo), al mancato decreto di riconoscimento dello stemma, fino al logotipo ideato da Albe Steiner nel 1969, passando per l’emblematica adottata dal regime giacobino e l’araldica civica napoleonica. Il racconto delle fonti e l’interpretazione che propongo si sviluppano seguendo i seguenti paragrafi:

1. Un pretesto
2. L’araldica civica
3. La tradizione dell’aquila quale stemma del Comune: leggenda o realtà?
4. San Crescentino patrono, protettore ed emblema del Comune
5. L’uso civico dell’antico stemma signorile
6. Bonaparte e Napoleone I: fine e ripresa dell’uso delle storiche insegne comunali
7. Dopo Napoleone.
 
Il testo è corredato di 24 illustrazioni in bianco e nero e a colori, molte delle quali sono inedite.


A. Vastano, Verso Milano. Le spoliazioni napoleoniche a Urbino, Leardini Editore, Macerata Feltria, 2017.

lunedì 15 gennaio 2018

Il segno del falco, dai microfoni di Radio Incontro (Pesaro)


Nella trasmissione "L'invitato speciale" di Radio Incontro Pesaro, andata in onda oggi 15 gennaio 2018, ho avuto l'occasione di fare quattro chiacchere su "Il segno del falco".

PER ASCOLTARE CLICCA QUI




mercoledì 1 novembre 2017

Il segno del Falco - Recensione su "Nobiltà"


Sull'ultimo numero di "Nobiltà" (a. XXV, n. 140, ottobre-novembre 2017), è apparsa la recensione de Il segno del falco, redatta da Alessandro Savorelli. Una gradita sorpresa.



 



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