venerdì 3 febbraio 2012

ARME E IMPRESE SFORZESCHE A PESARO IN ROCCA COSTANZA

Il dominio degli Sforza su Pesaro, durato dal 1445 al 1513 (con una parentesi dovuta all’occupazione di Cesare Borgia dal 1500 al 1503), seguì quello dei Malatesta iniziato nel 1285 e precedette quello dei Della Rovere che si protrasse fino al 1631 (anch’esso con una parentesi dovuta al dominio mediceo dal 1516 al 1519).
Primo signore sforzesco di Pesaro fu Alessandro, figlio illegittimo di Muzio Addendolo detto Sforza, che divenne signore di Pesaro per la vendita compiuta da Galeazzo Malatesta nel 1445. Tale compravendita avvenuta senza l’autorizzazione della Santa Sede, costò ai contraenti la scomunica pronunciata da papa Eugenio IV. Nel 1447 Niccolò V assolse tutti gli attori di quella vicenda e provvide a concedere il vicariato apostolico in temporali bus allo Sforza

Pesaro non è ricchissima di araldica monumentale, ma qualche segno dell’antico dominio dei suoi signori è rimasto.
Dei Malatesta lo stemma bandato nel portale della chiesa di San Domenico e in quello della chiesa di Sant’Agostino. Qui lo stemma malatestiano segue, sull’architrave della porta centrale quello, bello e semplice, del Comune cittadino: inquartato di bianco e di rosso. In quel ricco portale gotico, in un alto pinnacolo, si può osservare pur con difficoltà, un altro stemma malatestiano: è sempre l’arma bandata, ma racchiusa un uno scudo a targa con tacca per la lancia, timbrato da un elmo con un’ala per cimiero: è lo stemma di Malatesta dei Sonetti .
Anche dei Della Rovere è rimasto qualcosa, ma non molto. Le tre mete, impresa di Guidobaldo II, sopra l’ingresso dei giardini di villa Miralfiore, uno stemma all’angolo tra via Passeri e via dell’Arco, lo stemma di Eleonora Farnese-Della Rovere ora collocato sul bastione del Carmine, ma fino a poco tempo fa giacente nei magazzini del Museo Oliveriano come pezzo erratico di provenienza sconosciuta. Entrando nel cortile del palazzo ducale (ora Prefettura) il portale d’accesso alla scalinata è decorato con le imprese roveresche ed è ulteriormente ornato dallo stemma ducale con lo scudo ovale timbrato dalle tre mete e circondato dal collare dell’Ordine del Toson d’Oro.

Stemma di Giovanni Sforza all'ingresso di Rocca Costanza

Del dominio sforzesco restano tracce in gran parte abrase nel loggiato di Palazzo ducale: imprese ma verosimilmente anche stemmi. E’ invece completa la decorazione ad anelli con diamante dell’arco d’accesso al loggiato; c’è poi un bello stemma all’angolo tra via Mazza e piazza Antaldi (partito semitroncato: nel 1° il leone col cotogno; nel 2° a) l’ondato, b) l’impresa dell’anello col fiore), sotto la dicitura VMANITAS IO SF. Infine lo stemma murato sopra l’ingresso di rocca Costanza, accompagnato dalla dicitura IOANNES SFORTIA, segno ben più forte di quello lasciato da Costanzo Sforza nelle pur eleganti troniere in pietra con la sigla C[OSTANTIO] S[FORTIA].
Questo quanto si può vedere con un po’ d’attenzione, girando liberamente per la città. Altre testimonianze araldiche sono sicuramente rintracciabili all’interno degli edifici, delle chiese, dei musei. In questa sede desidero occuparmi proprio di stemmi attualmente non ancora ordinariamente visibili alla cittadinanza.


Troniera con la sigla di Costanzo Sforza

La rocca di Pesaro, per secoli inaccessibile alla cittadinanza, prima per ragioni militari poi per essere stata adibita a carcere, negli ultimi anni è divenuta oggetto di interventi di restauro e di recupero funzionale. Nelle more di questi lavori (non ancora conclusi) è stato più volte permesso l’accesso pubblico, prima per visite straordinarie poi in occasione di importanti eventi culturali e ricreativi, ultimo dei quali l’edizione nazionale della Festa Democratica nell’estate del 2011. Tutto ciò ha messo la cittadinanza pesarese, e non solo, a confronto col principale apparato decorativo della rocca, un tempo destinato alla sola corte signorile e a quanti erano da questa ammessi nella possente fortezza: militari, ospiti illustri, ma anche malcapitati carcerati per lo più anch’essi di nobile lignaggio  .
Le residenze signorili erano ovviamente dotate di raffinate decorazioni (spesso di carattere araldico ed emblematico), ma anche le installazioni militari, specialmente quelle che per ragioni di sicurezza avrebbero potuto ospitare la corte, erano sovente dotate di tali apparati. E’ il caso della rocca di Pesaro.
Tutto ciò avveniva, a maggior ragione, se si pensa che gli architetti dell’una e dell’altra tipologia di residenza erano talvolta i medesimi. La parte residenziale di Rocca Costanza (1), così come quella di Senigallia fu infatti progettata da quel Luciano Laurana che già aveva impresso un segno decisivo nell’edificazione e nella decorazione del celeberrimo Palazzo ducale di Urbino.
Le note che seguono sono dunque dedicate a quanti, curiosi, si soffermeranno ad ammirare gli scudi scolpiti che decorano il cortile della rocca, permetteranno loro di saperne qualcosa di più.
Le decorazioni di cui mi occuperò in questa sede ornano i capitelli dei pilastri del porticato del cortile della rocca che si dispone sui lati Ovest e Sud. Sul primo sono collocati anche due scudi in pietra erratici. Ci occuperemo anche di quelli.

Rocca Costanza dall'alto e prospetto dei lati del cortile con stemmi e imprese

Il lato Ovest del porticato è quello sul quale si affaccia l’ingresso alla rocca, ed è adeguatamente decorato al fine d’essere il principale dei due. I larghi pilastri che sostengono l’arco d’accesso sono arricchiti ognuno con due lesene con capitello scolpito. I capitelli delle lesene interne mostrano scudi con l’impresa del morso (a destra) e del giogo spezzato (a sinistra), mentre i capitelli delle lesene esterne sono entrambi decorati con l’arma inquartata Impero-Sforza. Tale composizione appare dunque concentrica. L’ulteriore pilastro a destra ha il capitello della lesena decorato con lo scudo con l’impresa della scopetta, mentre quello a sinistra risulta illeggibile, forse per abrasione. Verosimilmente doveva esserci un’altra impresa o la divisa della casata che vediamo rappresentate sul lato sud del porticato.


Stemma abraso
Nel lato meridionale non pare potersi individuare un ordine particolare nella disposizione delle insegne. L’estremo pilastro a destra è angolare, privo di lesene, ha i tre lati che si affacciano sul cortile decorati da una sorta di cornicione con tre scudi: l’estremo a destra reca l’impresa dei semprevivi, quello centrale lo stemma della vipera viscontea e quindi sul lato che sostiene l’arco c’è lo scudo con l’impresa del morso. Gli altri cinque pilastri hanno la lesena e nel capitello di ciascuna sono rappresentati (sempre da destra): lo stemma sforzesco del Leone col Cotogno, l’impresa del Giogo spezzato, la divisa di casa Sforza, l’impresa della Scopetta e in fine l’arma inquartata Impero-Sforza.
Questa la serie originale delle decorazioni araldiche del cortile: tutte racchiuse entro stemmi a testa di cavallo affiancati dalle sigle IO[ANNES] SF[ORTIA].
In epoca verosimilmente successiva, sono stati murati nei grandi pilastri dell’arco di accesso nel lato Ovest, due grandi scudi di foggia veneziana, alquanto rovinati, verosimilmente già utilizzati come chiave di volta in altro edificio. A destra l’arma inquartata Impero-Sforza, a sinistra l’impresa del Giogo spezzato.

Stemmi erratici: l’arma sforzesca inquartata Impero-Sforza e l’impresa del Giogo spezzato


Lo studio dell’ordinativo del materiale lapideo necessario a decorare il cortile e le stanze che su questo si affacciano (1479) ha permesso a Francesco Ambrogiani di ipotizzare un ben diverso originario progetto la uraniano (2): due porticati di otto archi su sette colonne per lato, sviluppati sui lati Sud e Nord del cortile, parallelamente alla direttrice che, attraversando quest’ultimo, porta direttamente dall’ingresso della rocca all’ingresso del maschio. Un apparato architettonico ben diverso dall’attuale, evidentemente non realizzato per un quarto di secolo e poi abbandonato non si sa per quale motivo (3).
E’ possibile che le pietre d’Istria usate per i capitelli degli attuali pilasti siano state ricavate da quelle originariamente destinate a costituire il fregio passante sopra gli archi nella soluzione di Laurana ipotizzata da Ambrogiani. Va notato, però, che ormai all’inizio del Cinquecento lo stile araldico (soprattutto nella scelta del tipo di scudo a testa di cavallo), è ancora quello tardo quattrocentesco. Forse, oltre ai desiderata di Giovanni potrebbero aver giocato un ruolo in questa scelta sia l’origine urbinate dell’architetto incaricato di completare i lavori della Rocca: Girolamo Genga (4); ma forse anche l’esistenza di bozzetti appositamente realizzati da Laurana prima della morte avvenuta a Pesaro, nel 1479.  Gli scudi erratici ai quali abbiamo accennato hanno un’altra forma, sono del tipo veneziano già in uso del Quattrocento, ma più diffusi nel secolo successivo.


Stemma dei Visconti
Stemma Visconti lato Sud

Le origini di questo stemma si perdono tra dati storici documentati e leggende (5). Le prime testimonianze sono attestate al XII secolo nel palazzo vescovile di Legnano. Bonvesin della Riva sostenne che nel XIII secolo ai Visconti venne concesso l’uso del vessillo con la vipera, già dispiegato dal Comune milanese in battaglia. Nella monetazione l’animale compare, in posizione defilata, acquisterà una posizione preminente solo a partire dagli anni ‘30 del Trecento, con Azzone Visconti. La corona della vipera venne concessa dai duchi d’Austria Ottone e Alberto agli inizi del XIV sec (6).
Il 4 gennaio 1395 Gian Galeazzo Visconti, elevato alla dignità di duca di Milano, unì in uno stemma inquartato l’arma con l’aquila dell’Impero e quella della vipera questo stemma venne denominato Ducale (7).
Il Ducale divenne patrimonio araldico sforzesco con il contratto matrimoniale tra Francesco Sforza e Bianca Maria Visconti figlia di Filippo Maria, nel 1432 (il matrimonio sarà celebrato solo nel 1441). In quell’occasione, infatti, Francesco venne ammesso nella famiglia ducale milanese con diritto al cognome e allo stemma. Il Ducale con la vipera e l’aquila, fu dunque patrimonio araldico del ramo milanese della stirpe sforzesca.  Come omaggio ai potenti cugini milanesi o come segno d’alleanza, compare nella serie araldica di Rocca Costanza lo stemma della Vipera, ma non il Ducale, che è invece rappresentato nella rocca di Gradara. Un’assenza che non ha dunque ragioni politiche, sulla quale ritorneremo in conclusione.
Il campo dello stemma con la Vipera è generalmente d’argento, la biscia verde o azzurra, con scaglie e cresta. La corona d’oro. Per Camin e per Maspoli la persona nella bocca della Vipera (l’ingollato) è un saraceno, in linea con la tradizione prevalente. Maurizio C.A. Gorra, dopo un esame delle diverse ipotesi già formulate, ne avanza un’altra: potrebbe trattarsi della rappresentazione araldica del motivo del profeta Giona rigettato dal pistrice (8).


Stemma degli Sforza
Stemma degli Sforza lato Sud
Questo stemma degli Sforza, col leone e il cotogno, venne a comporsi con la concessione dell’imperatore Roberto di Baviera a Muzio Attendolo nel 1401. Il Leone alluderebbe alla forza del condottiero mentre il cotogno, emblema di Cotignola patria di Muzio, sarebbe stata la primitiva arma del condottiero (9).
In questo stemma il leone tiene la branca destra sopra il cotogno (in altri stemmi non è così) la motivazione di questa particolare postura del leone è stata così giustificata dal Minuti nella sua Vita di Muzio Attendolo Sforza: “col codogno in la gamba manca, e la gamba dericta sopra al codogno, dicendo Sforza che voleva el leone tegnisse la gamba directa de sopra per defensione del cotogno; però che tenendo el codogno de sopra pariva lo offrisse per dare ad altri”. Muzio e tutti gli Attendoli vennero creati conti di Cotignola dall’antipapa Giovanni XXIII nel 1411.


Stemma inquartato Impero-Sforza
Stemma Impero-Sforza lato Sud      

Stemma Impero-Sforza lato Ovest (a destra)

Stemma Impero-Sforza lato Ovest (a sinistra)

Come si è già ricordato, nel 1395 lo stemma dei Visconti con la Vipera venne inquartato con quello imperiale d’oro all’aquila di nero coronata del campo. Lo stemma imperiale faceva già parte del corredo araldico dei Visconti in quanto vicari imperiali (tali dal 1294), ma venne unito nel nuovo stemma specificatamente definito Ducale, quando Gian Galeazzo Visconti divenne duca di Milano (10). Si trattò dunque di un motu proprio visconteo, non di una vera e propria concessione imperiale. Quello stemma diventò per le ragioni già ricordate patrimonio degli Sforza milanesi.
Ma l’aquila imperiale entrò anche nel patrimonio araldico degli Sforza pesaresi tramite la concessione dell’imperatore Federico III  del 22 gennaio 1469 (11).
Lo stemma inquartato mostra ovviamente l’aquila imperiale (si noti monocipite) in posizione d’onore, nei quarti I e IV ed è quello rappresentato a Rocca Costanza.


Impresa dei semprevivi
Impresa dei Semprevivi lato Sud
Secondo Carlo Maspoli questa impresa fu creata per Francesco Sforza, fratello di Alessandro signore di Pesaro; alla figura era unito il motto MIT ZEIT (col tempo) quando i due semprevivi ai lati saranno cresciuti alla medesima altezza di quello centrale, il duca conseguirà vittoria sui suoi nemici (12).


Impresa del morso

Impresa del Morso lato Sud

Impresa del Morso lato Ovest

Questa impresa sembra risalire a Gian Galeazzo Visconti (ante 1394): Il morso era accompagnato dal motto ICH VERGIES NIT (io non dimentico) (13).
Questa impresa è ampiamente rappresentata anche a Palazzo ducale di Urbino (14) e nel castello-palazzo dei conti Oliva a Piandimeleto (15).


Impresa della Scopetta
Impresa della Scopetta lato Sud

Impresa della Scopetta lato Ovest

Impresa di Francesco Sforza, oggetto d’uso quotidiano casalingo per rimuovere la polvere.
Nel cartiglio è comunemente scritto il motto MERITO ET TEMPORE (16).
Si trova anche a Urbino ed è scolpita a Palazzo ducale di Pesaro.


Impresa del Giogo spezzato
Impresa del Giogo spezzato lato Sud

Impresa del Giogo spezzato lato Ovest
Tra tutte le imprese rappresentate a Rocca Costanza, questa è l’unica creata appositamente per Giovanni. Il giogo spezzato, unito al motto PATRIA RECEPTA, allude chiaramente alla fine della cattività ed al recupero del dominio pesarese dopo la tragica esperienza Borgiana.
Spalleggiato dal padre, papa Alessandro VI (che destituì il signore di Pesaro con la scusa del mancato pagamento di censi alla Camera Apostolica), a metà ottobre del 1500 il Valentino era il nuovo signore di Pesaro (17). Tre anni dopo, caduto in disgrazia il Borgia, Giovanni tornò il signore pesarese (18). A ricordo della vicenda adottò questa impresa di cui fece ampio uso anche nella monetazione.
Solo questa impresa è rappresentata col motto (scolpito nello scudo) mentre tutte le altre, contrariamente all’uso consueto non riportano il motto, nemmeno su un cartiglio.


Divisa sforzesca

Abbiamo lasciato per ultimo lo scudo con la divisa sforzesca, sulla quale possiamo fare qualche riflessione in più. Il termine divisa nasce in ambito militare, come un terzo sistema di riconoscimento e di auto rappresentazione oltre a quello araldico e a quello delle imprese. Con queste ultime ebbe però contatti più frequenti, quasi costanti.

Molte rappresentazioni di battaglie del XV secolo mostrano l’ampio uso di queste divise (e per contro la scarsa presenza degli stemmi araldici propriamente detti) sugli abiti e gli scudi dei combattenti, sulle bandiere e sui pennoni delle trombette, sulle gualdrappe dei cavalli. I colori di queste divise decoravano le calzabrache dei fanti (19).

La divisa sforzesca è composta da un inquartato: di rosso nei quarti 1° e 2° e ondato d’azzurro e bianco nel 2° e 3°. Su questo elemento base, o meglio, sui campi di rosso, i diversi appartenenti alla famiglia aggiunsero di volta in volta (ma non sempre) altre figure, per lo più imprese.

Nello scudo con la divisa nella rocca Costanza i quarti rossi sono rispettivamente caricati dell’impresa dell’Anello col diamante e il fiore di melograno e dell’impresa del Volo legato.

L’ondato  inquartato col rosso fu la divisa assunta da Muzio Sforza, capostipite della casata fin dall’epoca del servizio presso la compagnia Alberico da Barbiano (20). Divenne poi patrimonio comune di tutta la famiglia, quindi anche di Giovanni, che la fece rappresentare nella serie degli scudi della rocca pesarese. Sull’uso del termine ondato si sofferma a lungo Cambin, che la definisce impresa (21), mentre a mio giudizio è propriamente una divisa.

Anche l’impresa dell’anello col diamante e il fiore di melograno divenne parte del patrimonio araldico familiare con Muzio che nel 1409 ricevette in dono dal marchese di Ferrara Nicolò III d’Este (22) uno stendardo con l’impresa dell’Anello (23).

Per quanto ne so non è nota l’origine della seconda impresa: il Volo legato.

Nel XVIII secolo Vincenzo Bellini, credette di riconoscere nelle minute rappresentazioni di questa impresa nelle monete pesaresi delle corna di daino. Lo corresse qualche anno dopo Annibale degli Abati Olivieri: “tali veramente pajono; ma non è, che io non stia in dubbio, che siasi piuttosto voluto rappresentare due ali di Nottola” (24) e ancora “ma non può dubitarsi, che il simbolo espresso in queste monete non siano un par d’ale, se di Nottola, o di Drago, nol determino; ma ale son certamente, e questa è una delle imprese, che furono dagli Sforza usate, che vedonsi ne’ capitelli delle logge di corte, e in quelli della loggia di Fortezza, i quali lavori essendo in grande, ci mettono in tutta sicurezza di non errare nel determinare ciò che fu espresso in queste piccole monetine”.

Drago o nottola? L’arcano pare ancora irrisolto. Certo il celebre mostruoso cimiero sforzesco del drago con la testa di vecchio tenente l’anello, sembra spingere verso l’ipotesi delle ali di drago, anche se quest’ultimo risulta spesso rappresentato con una cresta sul dorso, in luogo delle ali presenti per esempio nel trittico della bottega di van der  Weyden o nello Stemmario trivulziano (25). Le imprese sono per lo più, se non addirittura sempre, estranee alle figure dell’arma. Trattandosi però del cimiero, chissà…
L’immagine non aiuta, forse potrà sciogliere il nodo una qualche fonte letteraria.

 Anche se non rientra nello stretto argomento di questo intervento su Rocca Costanza, mi piace segnalare, a proposito della divisa sforzesca pesarese altri scudi in pietra.

Nell’angolo tra via Mazza e piazza Antaldi, murata su una casa di fila, c’è una pietra d’angolo fatta collocare da Giovanni Sforza (VMANITAS IO SF).  V’è rappresentato uno scudo a testa di cavallo partito, semitroncato: nel 1° l’arma del leone col cotogno (che dà su via Mazza), nel 2° l’impresa dell’anello col diamante e nel 3° l’ondato (che danno su piazza Antaldi. La dicitura scolpita in un’altra pietra sta ad indicare l’opera munifica del signore a vantaggio della città.

A Gradara, murati nella torre della porta del castello, stanno due magnifici scudi gotici. Quello a destra contiene l’impresa dell’anello col fiore, quello di sinistra il volo legato. Il primo è accompagnato dalla dicitura AL[LESANDRO] SF[ORZA], l’altro dalla data 1464, l’anno dopo la conquista sforzesca ai danni del Malatesta.

Impresa dell'anello col fiore e del volo legato a Gradara

Stemma di Giovanni Sforza a Pesaro, angolo via Mazza - piazza Antaldi

 

Assenza dell’incremento Aragonese
Per concludere torniamo alla Rocca pesarese. La serie araldica di rocca Costanza costituisce la parata degli emblemi (armi, divisa e imprese) degli Sforza pesaresi, ma non è completa. Non compare il loro stemma inquartato con l’arma dei sovrani aragonesi di Napoli, che pure spettava loro fin dal 1473 al pari del cognome d’Aragona (26) .
Usarono il composito stemma dei re di Napoli sia Costanzo che Giovanni, collocandolo nei quarti 2° e 3°, avendo cura di lasciare l’aquila imperiale nel 1° e limitandosi a rappresentare quella originaria della famiglia solo nell’ultimo quarto.
Grosso di Costanzo Sforza

Grosso di Giovanni Sforza

E’ un’assenza dettata da ragioni politiche? Oppure la serie non è completa? A quanto ci risulta Giovanni si firmerà sempre come d’Aragona, anche dopo la parentesi borgiana.
Non compare nemmeno l’impresa del sole radiante, che pur era rappresentata in una bandiera rossa donatagli nel 1483 dal duca di Milano Giovanni Galeazzo Sforza (27).




Cronologia dell’edificazione di Rocca Costanza (28)
1474 (3 giugno) posa della prima pietra, inizio dei lavori.
1475-79  Luciano Laurana che dirige i lavori. Gli subentra Matteo Cherubino già suo collaboratore.
1483 morte di Costanzo, la rocca è sostanzialmente terminata.
1500-1503 occupazione del Valentino, viene realizzato il fossato
1505 Lavori di completamento e abbellimento della rocca, probabilmente sotto la direzione dell’urbinate Girolamo Genga.
 
 
Note
(1) F. AMBROGIANI, Ipotesi sui protagonisti di Rocca Costanza, in “Pesaro Città e Contà”, n. 21, Pesaro 2005, pp. 90-92.
(2) F. AMBROGIANI, Ipotesi sui progettisti di Rocca Costanza, cit., pp. 94-96.
(3) F. AMBROGIANI, Ipotesi sui progettisti di Rocca Costanza, cit., p. 96.
(4) Muratore direttore dei lavori fu tal Andrea di Girolamo della Ciacca di Sant’Angelo in Lizzola, F. AMBROGIANI, Vita di Giovanni Sforza, Pesaro Città e Contà - Link, Pesaro 2009, p. 394.

(5) C. MASPOLI (a cura), Stemmario trivulziano, Orsini De Marzo Editore, Milano 2000, pp. 27 e 28; G. CAMBIN, Le rotelle milanesi. Bottino della battaglia di Giornico1478. Stemmi – Imprese – Insegne, Società Svizzera di Araldica, Lucerna 1987, pp. 100-106.

(6) G. CAMBIN, Le rotelle milanesi, cit., p. 108.

(7) C. MASPOLI, Stemmario trivulziano, cit., p. 28.

(8) M.C.A. GORRA, Il biscione e l’uscente: storia di un mito, in “Cronaca Numismatica”, n. 173, aprile 2005, pp. 26-32.

(9) G. CAMBIN, Le Rotelle milanesi, cit., p. 109.

(10) C. MASPOLI, Stemmario trivulziano, cit., p. 28.

(11) G. MURANO, Colligite fragmenta, Accademia Raffaello, Urbino 2003, p. 220.

(12) C. MASPOLI, Stemmario trivulziano, cit., pp. 38 e 39; G. CAMBIN, Le rotelle milanesi, cit., pp. 458 e 465.

(13) C. MASPOLI, Stemmario trivulziano, cit., p. 36; G. CAMBIN, Le rotelle milanesi, cit., p. 446.

(14) A. CONTI, Osservazioni sull’araldica degli Oliva, STIBU, Urbania 2004, p. 91 e nota 37.

(15) A. CONTI, Osservazioni sull’araldica degli Oliva, cit., p. 91, il motto è qui erroneamente indicato come Ich Vereis Nit invece che Ich Vergies Nit”.

(16) C MASPOLI, Stemmario trivulziano, cit., pp. 37 e 38, G. CAMBIN, Le Rotelle milanesi, cit., p. 457.

(17) F. AMBROGIANI, Vita di Giovanni Sforza, cit., p. 300-304.

(18) F. AMBROGIANI, Vita di Giovanni Sforza, Pesaro, cit., p. 339-349.

(19) Sulle divise si veda M. PREDONZANI, Anghiari. 29 giugno 1440, Il Cerchio, Rimini, 2010.

(20) M. PREDONZANI, Anghiari. 29 giugno 1440, cit., pp. 152, 158-159.

(21) G. CAMBIN,Le rotelle milanesi, pp. 208-218.

(22) V. FERRARI, L’araldica estense nello sviluppo storico del Dominio ferrarese, Belriguardo, Ferrara 1989, pp. 108-113.

(23) C. MASPOLI, Stemmario trivulziano, cit., p. 40.

lunedì 28 novembre 2011

Accademia Fanestre

Il 21 novembre 2011, con deliberazione unanime del Consiglio direttivo, sono stato nominato socio ordinario dell'Accademia Fanestre.
Ringrazio :-)

giovedì 10 novembre 2011

Araldica nella porta del castello di Macerata Feltria


Il castello di Macerata Feltria è dotato di diverse porte ma la principale è certamente quella incorporata nel palazzo del podestà che permetteva l'accesso al nucleo centrale dell'abitato al centro del quale sorge ancora una torre. L'importanza della porta è palese per la ricca decorazione araldica, ed è di questa decorazione che vogliamo occuparci.

Macerata fu uno dei più importanti castelli del Montefeltro, i suoi abitanti si organizzarono in comune almeno dal XIII secolo, pur essendo presente e preminente la famiglia dei Gaboardi (1). Non è noto quale fu il coinvolgimento di questa famiglia nella nascita del comune, ma è certo che nel XIV secolo alcuni suoi esponenti assunsero l'autorità di capitani del castello (2). La diarchia comune-Gaboardi si rispecchiava anche nella proprietà della torre, metà dell'uno e metà degli altri (3), forse segno del coinvolgimento della nobile famiglia nella costituzione stessa dell'istituzione comunale (4).


Nel 1233, negli anni in cui il comune di Rimini era in piena espansione attraverso il fenomeno della comitatitanza, anche i Gaboardi giurano il cittadinatico (5), come alcuni decenni prima avevano fatto i Montefeltro e i Carpegna. Ma già nel 1223 il Comune di Rimini inviava il podestà Guido da Miratoio (6). L'influenza riminese e dei Malatesta che ne divennero signori dalla metà del secolo, fu forte e tenace. Nelle schermaglie che per decenni e secoli contrapposero i ghibellini Montefeltro ai guelfi Malatesta, Macerata fu sempre fedele alleata di questi ultimi. Intorno alla metà del Trecento il cardinale Albornoz concederà il vicariato su Macerata ai Malatesta (7). Carlo Malatesta dominio (8). Solo dopo la definitiva sconfitta di Sigismondo Pandolfo Malatesta, Federico da Montefeltro ottenne dal papa il dominio su questo castello (1463), visto che senza effetto pratico rimase l'investitura di Macerata fatta a Nolfo da Montefeltro e ai suoi fratelli dall'imperatore Ludovico il Bavaro nel 1328 (9).



La porta annessa al palazzo del podestà, quella aperta nell'ultimo girone delle mura (10), è costituita da un arco gotico in pietra, sul quale sono state scolpiti stemmi e simboli vari. Per quanto ci risulta la descrizione più approfondita del manufatto è venne redatta da Nando Cecini per il quale il palazzo del podestà fu "costruito probabilmente dai Gaboardi, fu in seguito occupato dai vari condottieri ce conquistavano la Piazzaforte. Specialmente i Malatesta lasciarono il segno della loro occupazione, con lo stemma inciso nella pietra del capitello. Avvicinandoci al portale, possiamo considerare più da vicino i diversi stemmi, ben conservati, situati 3 da un lato, 3 dall'altro e uno in cima. E' opinione comune che essi appartengano alle diverse Case che si avvicendavano nel dominio di Macerata, ma poiché è molto facile osservare la identità della mano che li ha tracciati, nell'assoluta assomiglianza della tecnica e dello stile, e nella simmetria della disposizione, a me sembra più giusto ritenere che siano stati tracciati insieme, e che rappresentino gli stemmi dei diversi capitani dell'esercito oppure delle più importanti famiglie del castello oppure dei componenti il Consiglio comunale. Essendovi compreso anche quello dei Malatesta, forse rappresentano l'insieme degli alleati di Macerata, e questa mi sembra l'ipotesi più verosimile" (11).

Concordiamo con Cecini per quanto riguarda la verosimile contemporanea realizzazione dei diversi stemmi, anche se quello nella chiave di volta appare assai più curato degli altri.
Quanto alle ipotesi circa l'attribuzione degli stemmi, non si può negare che Cecini ne propose un ampio spettro, mentre per noi quella ricca rappresentazione araldica ha un’organizzazione perfettamente in linea con i più classici parametri dell'esposizione delle armi e dell'utilizzo dei simboli pubblici in contesti monumentali.

Interessante la descrizione offerta da Rossella e Andrea Brisigotti: “nella chiave di volta lo stemma del Comune (stella a 7 punte) ed i gigli angioini; nelle mensole d’imposta dell’arco sono raffigurati gli stemmi dei Malatesti, della Chiesa e dei Gaboardi” (12).

Cominciamo dagli stemmi collocati più in alto. Il primo, uno scudo gotico seminato di gigli con un lambello in capo, è certamente l’arma degli Angiò all’epoca campioni del guelfismo in Italia con re Carlo 1266-1282 e re Roberto 1309-1343.



Esso è scolpito nella pietra che funge da chiave di volta dell’arco, pur non essendo collocato esattamente in quel punto, ma sopra, in una pietra a forma di T. Lo stemma collocato in quella primaria posizione era certamente volto a dichiarare lo schieramento politico di appartenenza del castello (12). D’altra parte, come si è detto, Macerata fu sempre nell’orbita di Rimini e dei suoi signori, i Malatesta, principali esponenti del partito guelfo tra Marche e Romagna.
Nel panorama araldico del Montefeltro non sono noti altri esempi del genere, mentre importanti famiglie aggiunsero il capo d’Angiò alla propria arma, con la medesima finalità di dichiarare l'adesione alla parte guelfa: i conti di Carpegna (un capitello della rocca di Scavolino), i conti di Piagnano (le lastre tombali ora a Sant'Agostino di Piandimeleto) e naturalmente i Malatesta (ora nel portico dell'ex chiesa di San Francesco). Va detto, a proposito di questi esempi, che alcuni (quelli a Fano e a Scavolino) sono stemmi piuttosto tardi, realizzati in epoca nella quale le feroci lotte di fazione erano ormai un ricordo.


Sulla stessa pietra, ad affiancare l’arma d’Angiò, sono scolpiti due leoni armati di spada, elevata con la branca, quasi un antico esempio di tenenti araldici, se non fosse che probabilmente non erano parte dello stemma angioino. E nostro giudizio, infatti, si tratta di simboli: l'espressione della forza nel sostegno in armi della causa guelfa. Mentre i pare difficile che possano essere figure tratte da stemmi gentilizi o del Comune di Macerata.

Sotto lo stemma degli Angiò, scolpito nella parte della pietra che funge da chiave della volta, ecco un altro scudo gotico (più grande del precedente) nel quale è rappresentata una sorta di stella a otto lunghe punte con un cerchio al centro. Sembra essere lo stemma meglio realizzato di tutta la serie, ma nonostante ciò mostra una certa grossolanità. Anche per questo non si può escludere che la figura rappresentata possa essere un raggio di carbonchio: c’è il cerchio centrale dal quale dipartono gli otto caratteristici raggi.
Per la sua posizione è molto probabile che si tratti dell’antico stemma del comune di Macerata. Nella chiave di volta del portale di una casa di Montecerignone è scolpito quello che sembra essere il più antico esemplare del locale stemma comunale, concettualmente non molto diverso dall’attuale. Si tratta di un'analogia importante.

Tornando a Macerata, è più difficile, a nostro parere, che questo stemma col raggio di carbonchio possa essere lo stemma della famiglia dominante di fatto sul castello (i Gaboardi) o che possa rappresentare l’arma del magistrato che fece realizzare l’opera, un podestà o un capitano, magari un esponente dei Gaboardi investito di tali poteri. La sua posizione appare troppo importante, considerato che verosimilmente il comune di Macerata aveva uno stemma proprio.
Non va invece scartata l’ipotesi che comune e Gaboardi abbiano avuto il medesimo stemma, ma allo stato degli studi non è dato saperlo. E’però da segnalare che nel 1458 un tal Federico da Macerata, capitano del castello malatestiano di Fiorentino, scriveva ai capitani di San Marino e sigillava la missiva con un raggio di carbonchio unito a un’altra figura non chiaramente decifrabile, ma simile a un rastrello (13).



Scendendo d’importanza nel quadro della generale composizione araldica, arriviamo al capitello dello stipite destro (araldicamente parlando, quindi a sinistra dell'osservatore). Nella grossa pietra sono scolpiti due scudi e una figura in campo libero. Lo scudo più a destra, il più importante, sembrerebbe essere quello dei Malatesta. Il condizionale è dovuto al fatto che in luogo delle consuete bande vi sono delle sbarre scaccate e che manca la bordura inchiavata caratteristica di quell’arma (14). Che possa effettivamente trattarsi dell’arma dei Malatesta lo si deduce dalle caratteristiche sostanziali dell’arma (talvolta le bande vennero rappresentate come sbarre e viceversa), ma anche dalla posizione preminente dello scudo, tenuto conto del ruolo politico dei Malatesta sul castello. Il comune di Macerata e i Gaboardi che ne erano la famiglia preminente, furono sempre fedeli alleati dei Malatesti e anche prima che questi ultimi acquisissero la signoria su Rimini. Occorre ricordare che nel 1233 i Gaboardi e il comune di Macerata avevano giurato il cittadinatico Riminese.

Nel secondo scudo è rappresentata una particolare croce ancorata. In almeno un’occasione è stato indicato come emblema della Chiesa (15), ma questo è da escludersi in via generale giacché gli emblemi della potere temporale della Chiesa erano altri, come testimoniano in luoghi circostanti gli stemmi presenti a Sant’Angelo in Vado (croce accantonata da quattro coppie di chiavi decussate) e a Petrella Guidi (chiavi decussate).



Ma a togliere ogni dubbio nel caso specifico è un bello stemma erratico custodito presso la Biblioteca-museo “Renzi” di San Giovanni in Galilea nel comune di Borghi (FC). La figura principale dello stemma è la medesima croce, ma in questo caso è presente anche la bordura inchiavata tipica dell’araldica malatestiana e delle famiglie riminesi ad essa alleate (Paci, Marcheselli ecc.).



E’ questa l’arma dei Gaboardi? Gli esponenti di quella casata ebbero interessi anche a San Giovanni in Galilea (castello malatestiano) tali da giustificare la presenza del loro stemma in quella località? O forse lo stemma con la croce è quello di un’altra famiglia (magari di San Giovanni in Galilea o di Rimini) presente a Macerata per via di un incarico istituzionale come una podesteria. In questo caso lo stemma del magistrato potrebbe ben trovare posto in quella posizione.


In terza posizione è scolpito un leone. Questo non è rappresentato in uno scudo e dunque potrebbe non essere una figura araldica propriamente detta. Rivolto verso la porta (così come il leone scolpito nello stipite di sinistra (araldica), sembra essere lì collocato a protezione dell’ingresso.
Tutto ciò richiama alla memoria la frequente presenza di questo animale nei sigilli civici medievali. Celeberrimo è il caso di quelli di Fano: in tutti i sigilli comunali con la rappresentazione della porta (in realtà miniatura della città); ma anche in un sigillo del Popolo, pubblicato dal Manni (16), meno noti, ma significativi, alcuni sigilli del comune di Pesaro dove l’antico stemma civico inquartato è accostato a un leone.
La presenza della fiera nei sigilli è ritenuta espressione di forza e (specie se associata alla rappresentazione della città o della porta) di protezione della comunità (17). Dunque, come per i due leoni che affiancano lo stemma angioino, i leoni dello stipite intendono rappresentare la forza e nel caso specifico la strenua difesa della porta e del castello.


Infine lo stipite di sinistra (araldica). Qui non è rappresentato nessuno scudo, indice dell’effettiva minor importanza del luogo.




Sono invece rappresentati tre emblemi a destra un piccolo giglio. Si tratta solo di un elemento decorativo? Forse, ma occorre ricordare la sua presenza in altri analoghi contesti. Nel portale del palazzo del podestà di Rimini (edificato negli anni Trenta del Trecento) compaiono dei gigli, ma con lambello, compariva nel sigillo di Castel Durante e oggi ancora nello stemma di Urbania (anche qui col lambello), mentre un piccolo giglio compariva nei sigilli medievali di Fossombrone (talvolta associato alle chiavi decussate). Si tratta dunque di un emblema politico? Ancora una volta un richiamo araldico alla fazione guelfa? Possibile, soprattutto se lo stemma angioino possibile, nonostante la più forte presenza dello stemma d’Angiò in cime al portale..

A sinistra del giglio è rappresentato un leone (rivolto verso il varco della porta) del quale si è accennato sopra. Per questa figura non resta che rinviare a quanto già detto.

Ultimo emblema è il comunissimo fiore (?), che solitamente viene ricondotto a origine celtiche. Si tratta di un elemento decorativo che (declinato in diverse tipologie) è frequentissimo nei manufatti realizzati nell’arco alpino, ma tutt’altro che infrequente anche nell’Appennino e non solo, come si può osservare ad esempio nel citato palazzetto di Monte Cerignone, nel palazzo dell’Arengo di Rimini (iniziato nel 1204) e nell’attiguo palazzo del podestà edificato 130 anni dopo.


 



Pur rimanendo insoluti due particolari tutt’altro che insignificanti (la titolarità dello stemma col raggio di carbonchio e di quello con la croce) crediamo che la lettura complessiva della decorazione araldica della porta del castello di Macerata Feltria possa essere quella che abbiamo proposto. Autorevoli studiosi di araldica hanno voluto evidenziare le peculiarità dello stile araldico e dello stile sfragistico (18), ebbene questa porta appare per certi versi un gigantesco sigillo ricco di minuti particolari ma che, per le sue dimensioni,comprende anche la principale caratteristica dell’araldica, la visibilità a una certa distanza. Come il sigillo, però, riesce a ricomprendere una moltitudine di segni, con caratteristiche tra loro assai diverse. Il tutto, comunque, destinato a dichiarare la propria esistenza, la propria autonomia, la propria forza ma anche il sistema di alleanze e di schieramento politico d’appartenenza.

 


-NOTE-

(1) Sui Gaboardi si vedano G. TOMBINI, I Gaboardi signori di Maceratafeltria (secoli XIII-XIV), in "Studi Montefeltrani", n. 21, 2001; F.V. LOMBARDI, Territorio e istituzioni in età medioevale, in G. ALLEGRETTI e F.V. LOMBARDI (a cura), Il Montefeltro. Ambiente, storia, arte nelle alte valli del Foglia e del Conca, Verucchio 1995, pp. 143 e 144.

(2) G. TOMBINI, I Gaboardi, p. 68.

(3) G. TOMBINI, I Gaboardi, p. 69, così dalla Descriptio Romandiole (1371); si veda anche N. CECINI, Macerata Feltria, pp. 37-39. La Descriptio rivela che nel castello v'era un ufficiale che amministrava la giustizia per conto della Chiesa, pagato dal comune.

(4) F.V. LOMBARDI, La nascita dei comuni medievali nei comitati di Montefeltro, Urbino, Cagli, in V. VILLANI (a cura), Istituzioni e statuti comunali nella Marca d'Ancona, II, 1, Ancona 2007, p. 80.

(5) N. CECINI, Macerata Feltria, p. 34, cita TONINI.

(6) N. CECINI, Macerata Feltria, p. 34, cita CLEMENTINI.

(7) G. TOMBINI, I Gaboardi, p. 68-69.

(8) G. TOMBINI, I Gaboardi, p. 68-69. I veda anche W. TOMMASOLI, Macerata di Montefeltro nelle vicende storiche locali del trecento, in AA.VV., Il convento di S. Francesco a Macerata Feltria, San Leo, 1988, p. 17.

(9) Secondo Cecini in quel frangente, col passaggio di Macerata sotto l'influenza dei Montefeltro, sarebbe finita la signoria dei Gaboardi, N. CECINI, Macerata Feltria, p. 36; ma per Lombardi quell'investitura rimase senza effetto, F.V. LOMBARDI, Territorio e istituzioni, p. 140.

(10) N. CECINI, Macerata Feltria, p. 31, cita P. FRANCIOSI, Rocche e castelli del Montefeltro: Macerata Feltria, in "Rassegna Marchigiana", VIII (1930)

(11) N. CECINI, Macerata Feltria, p. 102. La rappresentazione degli “stemmi di tutti i signori che si sono succeduti nel dominio di Macerata” è la tesi proposta in O.T. LOCCHI, La Provincia di Pesaro ed Urbino, Roma 1934, p. 657.

(12) R. BRISIGOTTI e A. BRISIGOTTI, Macerata Feltria, in Guida per il visitatore. Storia, arte, cultura, geografia. Provincia di Pesaro e Urbino, L'Alfiere, Urbino 1998, p. 170.

(12) E. DUPRE’ THESEIDER, Sugli stemmi delle città comunali italiane, in E. DUPRE’ THESEIDER, Mondo cittadino e movimenti ereticali nel Medio Evo (Saggi), Pàtron Editore, Bologna 1978, p. 133.

(13) ARCHIVIO DELLO STATO DELLA REPUBBLICA DI SAN MARINO, Carteggio della reggenza, b. 82, lettere del 3 marzo 1458 e del 6 marzo 1458.

(14) Sull'argomento si veda: E. ALBINI, Monogrammi e stemmi nelle maioliche riminesi, in “Ariminum”, a. III, n. 1, gennaio-febbraio 1930, pp. 16-18. G. RIMONDINI, L'araldica Malatestiana, Pasini, Verucchio 1994; P.G. PASINI, Araldica malatestiana, in P.G. PASINI (a cura), Malatesta Novello Magnifico Signore, Minerva Edizioni, Bologna 2002, pp. 78-79.

(15) W. TOMMASOLI, Signorie rinascimentali e tarda feudalità, in G. ALLEGRETTI e F.V. LOMBARDI (a cura), Il Montefeltro. Ambiente, storia, arte nelle alte valli del Foglia e del Conca, Verucchio 1995, p. 162, didascalia foto del capitello.

(16) D.M. MANNI, Osservazioni istoriche di Domenico Maria Manni accademico fiorentino sopra i sigilli antichi de’ secoli bassi, t. 5, Firenze 1740, pp. 41 e ss.

(17) G.C. BASCAPE’, I sigilli dei comuni italiani nel Medioevo e nell’età moderna, Giuffré, Milano 1953, p. 96.

(18) E. DUPRE’ THESEIDER, Sugli stemmi, pp. 118 e 135, ma soprattutto A. SAVORELLI, “Dignum cernite signum…”. ‘Stile araldico’ e ‘stile sfragistico’ negli stemmi delle città medievali, in “Archivium héraldiques suisses”, CXII, II, pp. 91-113.






mercoledì 9 novembre 2011

IMAGO UNIVERSITATIS

Ieri, lunedì 7 novembre, è stato presentato a Bologna il primo volume Imago universitatis. Celebrazioni e autorappresentazioni di maestri e studenti nella decorazione parietale dell'Archiginnasio. Un'opera monumentale che unisce alle prime schede dedicate a ciascuno stemma (nel primo volume sono 2482), i preziosi contributi di Gian Paolo Brizzi (coordinatore del progetto), Andrea Daltri, Silvia Neri e Lorenza Roversi. Nel secondo volume saranno pubblicate altre duemila schede circa e gli indici dell'opera completa. Un atlante araldico europeo (giacché la presenza di studenti stranieri era elevata) che copre l'arco temporale massimo che va dal 1563 al 1803, ma con la più alta concentrazione di stemmi nei secoli XVI e XVII.
Come curioso di cose araldiche e universitarie quest'opera mi interessa particolarmente e sono molto felice che il mio infinitesimale contributo alla sua realizzazione sia stato gentilmente segnalato da Silvia Neri.


Per sapere qualcosa di più sull'opera:
http://www.archiviostorico.unibo.it/brochure_imago.pdf





giovedì 3 novembre 2011

L'ARME SEGRETA - GIORNATE DI STUDIO A PISA E FIRENZE


Sabato 26 novembre 2011 interverrò alle giornate di studio L'arme segreta. Araldica e storia dell'arte nel Medioevo (secoli XIII-XV)  organizzate dal Kunsthistorisches Institut in Florenz - Max Planck Institut e dalla Scuola Normale Superiore di Pisa.

Il titolo del mio intervento, corredato da una presentazione in powerpoint sarà:
Bandato, incerto segno. Una fonte urbinate per Santa Maria della Spina a Pisa.

Gli atti del convegno saranno pubblcati dall'editore Niccolò Orsini De Marzo.




Abstract del mio intervento
La storia della chiesa di santa Maria della Spina a Pisa è in parte avvolta nel mistero. L’assenza di fonti e i continui (anche radicali) interventi sull’impianto decorativo e strutturale, rendono difficile l’esatta lettura di questo edificio. Una fonte urbinate, la biografia del duca Federico da Montefeltro, scritta dal suo segretario Pierantonio Paltroni nella seconda metà del Quattrocento, introduce un elemento di novità nella lettura, tutt’ora non esattamente chiarita, della serie di scudi araldici scolpita sulla facciata meridionale dell’edificio. La fonte Urbinate si inserisce nel fianco della consolidata storiografia pisana (tutta tesa ad un attribuzionismo in chiave locale delle armi rappresentate), dichiarando la presenza di un’arma straniera: quella del podestà forestiero, che ben si inserisce nel quadro di un pavese araldico istituzionale del Comune, quale appare quello oggetto dell’indagine.
Tuttavia, al di là della fondatezza della fonte Urbinate (importante e autorevole, ma pur sempre indiretta), il dato della composizione del pavese e le caratteristiche delle armi interessate (quelle delle famiglie Gualandi e Montefeltro e quelle effettivamente scolpite nella pietra), rendono tutt’ora incerta l’esatta lettura dell’opera. E’, come si può dire, l’ambiguità del segno che rende, per quanto ci si sforzi, non sempre decifrabile il messaggio lanciato da uno stemma o meglio da una composizione araldica. Soccorrono allora precedenti e contestualizzazioni che, pur senza costituire cliché predeterminati permettono all’araldista di formulate ipotesi da inserire nel più ampio quadro delle prove e degli indizi utili a ricostruire il dato storico e storico artistico di un determinato manufatto, in sinergia con altri settori della ricerca storica e storico-artistica.

Tutte le informazioni sulle giornate di studio si trovano nel sito della Scuola Normale Superiore di Pisa e in quello del Kunsthistorisches Institut in Florenz Max-Planck-Institut.



araldicacivica.it

Inavvertitamente ho cancellato il post relativo al mio ingresso nel Gruppo di Araldica Civica che cura il più importante sito internet dedicato all'araldica degli enti territoriali locali italiani.
Nell'attesa di recuperare il testo in qualche angolo delle varie memorie informatiche che affollano casa (pen drive, hard disck esterni e diavolerie varie), torno a ringraziare Massimo Ghirardi e Bruno Fracasso, fondatori e animatori del Gruppo.

 

domenica 16 gennaio 2011

Centro Italiano Studi Vessillologici

Anno nuovo, vita nuova!
Mi sono iscritto al Centro Italiano Studi Vessillologici, fondato a Torino nel 1972.
Il link al C.I.S.V. compare da tempo in questo blog, ma lo aggiungo anche qui, per chi fosse interessato.

venerdì 14 gennaio 2011

La battaglia di Anghiari del 29 giugno 1440

Ho il piacere di segnalare la recente pubblicazione del libro
Anghiari 29 giugno 1440. La battaglia, l’iconografia, le compagnie di ventura, l’araldica di Massimo Predonzani.
Editore Il Cerchio
Prezzo 22,00 €


Ecco una nota sul testo.
Di tutte le battaglie italiane del ‘400, poche sono state tanto commemorate nella letteratura e nella pittura quanto la battaglia di Anghiari.
Lo studio si sofferma sulle cause e gli eventi che precedettero la famosa battaglia e sui personaggi che vi parteciparono. In seguito dedica un ampio spazio al fenomeno delle condotte di ventura del periodo, descrivendo la loro organizzazione e struttura, la funzione delle varie armi avvalendosi rigorosamente su documenti originali coevi.
Vengono esaminati gli antefatti, gli ordini dei rispettivi schieramenti, lo scontro e le perdite. Per dare una visione quanto possibile vicina alla realtà dei fatti, vengono confrontate le numerosissime cronache, resoconti e studi redatti sull’argomento.
Infine l’araldica, i simboli o segni di riconoscimento adottati dai due eserciti nella battaglia, rappresentati su bandiere, giornee, calze e pennacchi. Si tratta di uno studio molto accurato ed approfondito che si avvale del confronto convincente tra l’iconografia, le fonti storiche e i documenti originali del periodo, con lo scopo di dare al lettore un’idea precisa della “divisa” o uniforme usata negli eserciti dell’epoca, il tutto correlato da quasi un centinaio di illustrazioni a colori e in bianco e nero, eseguite dall’autore.
Hanno collaborato alla stesura del testo, con lo sviluppo di specifici argomenti Luigi Battarra, Andrea Carloni, Claudio Mancini.

domenica 19 dicembre 2010

L’ARALDICA NEI SIGILLI DI ODDANTONIO DA MONTEFELTRO

A. Conti
In "Nobiltà. Rivista di araldica, genealogia e ordini cavallereschi", settembre-ottobre 2010, pp. 349-452.

La figura storica del primo duca di Urbino, Oddantonio da Montefeltro, è stata schiacciata dal peso preponderante di quella del fratellastro Federico, assurto al potere dopo il suo omicidio, nel 1444.
Oddantonio fu assassinato a soli diciassette anni, quando era succeduto al padre da pochi mesi. Eppure una così effimera presenza storica ci ha lasciato testimonianze araldiche di assoluto interesse, per certi versi strabilianti, a fronte della pesante standardizzazione riscontrabile nella più consueta documentazione araldica della famiglia.
E' quanto emerge dalla nostra indagine sui sigilli di Oddantonio, compiuta negli archivi di stato di Mantova, Siena e della Repubblica di San Marino.
Uno dei dati certamente nuovi, rispetto alla consolidata pubblicistica storica e araldica, è che l'inquartamento delle armi montefeltresche avvenne già con Oddantonio, se non prima con Guidantonio e non con Federico.

sabato 1 maggio 2010

LO STEMMA DELL’UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI URBINO “CARLO BO”

Premessa
Nel suo celebre saggio Le Università del Medioevo lo storico Jacques Verger ricorda la rottura del sigillo grande dell’Università di Parigi ad opera del Legato pontificio nel 1225 (Verger 1982, p. 66), l’evento fu carico di un fortissimo valore simbolico perché, allora come oggi, il sigillo rappresentava in sintesi concetti quali autorità, autonomia o addirittura sovranità. Per questa alta valenza la custodia del sigillo e il suo uso erano spesso dettagliatamente descritti negli statuti di università, corporazioni e città (Bascapè 1956, pp. 51 e ss.).

Ai giorni nostri siamo circondati da segnali d’ogni tipo: stemmi di enti e istituzioni, logo e marchi commerciali, per non parlare della segnaletica stradale e di altre figure standardizzate finalizzate ad indicare cose e funzioni specifiche. Nonostante ciò, o forse proprio per questo, molti di questi emblemi (con caratteristiche spesso assai simili a quelle dell'araldica) passano più o meno consciamente inosservati, scontati, apparentemente superflui. Essi non suscitano alcuna riflessione sulla loro ragion d’essere e la cosa, per certi versi, è la riprova della loro efficacia comunicativa.
Eppure tutti questi simboli hanno una loro genesi, una storia che spesso costituisce l’antefatto culturale e sensoriale di ciò che intendono rappresentare. La loro efficacia comunicativa dipende sovente proprio da questa loro genesi.


Lo stemma dell’Università di Urbino
A colpo d’occhio lo stemma dell’Ateneo urbinate denuncia un’origine sigillare, confermata dalla documentazione disponibile. Esso appare troncato con l’immacolata nella parte superiore e lo stemma urbinate in quella inferiore, evidente versione araldica di un sigillo a due registri.
Osservando parte della documentazione prodotta dall’Ateneo (carte intestate, timbri, manifesti ed altro ancora) si può facilmente costatare come il simbolo dell'Università di Urbino sia stato rappresentato in forme diverse, pur mantenendo fermi con sostanziale costanza gli elementi che lo caratterizzano che sono, come vedremo, di tipo sacro e araldico.
A questi due elementi se ne aggiungono altri che hanno contribuito a rendere diversa la rappresentazione grafica in base allo stile dell’epoca, al gusto del committente o dell’artista: scudi più o meno sagomati, elementi vegetali come rami d’ulivo, di quercia o di palma, e ancora corone rappresentate in fogge diverse, senza dimenticare i cartigli sui quali è impresso il nome dell’istituzione.


Elemento sacro: l’Immacolata concezione



La figura di Maria campeggia da sempre, preminente, negli emblemi del Collegio dei dottori, in quelli dello Studio e dell’Università, rispettivamente istituiti nel 1506, nel 1601 e nel 1671 (Marra 1975), a prescindere dai regimi politici succedutisi negli ultimi cinquecento anni.
Nei due più antichi sigilli conosciuti (figg. 1 e 2) essa appare assisa su un trono, in uno di essi (fig. 1) è affiancata da due santi inginocchiati. Questa composizione iconografica si ripete anche nelle matricole dei dottori del Collegio (1615, post. 1700 e post. 1766) con un numero variabile di figure di contorno alla Vergine, tra le quali si riconosce san Crescentino patrono della città (fig. 3).
E’ opportuno ricordare che Maria, la cui devozione risale ai primordi della millenaria storia delle università (Le Goff 1989, pp. 84 e ss.), è considerata sede o principio della Sapienza Divina in quanto madre di Cristo. Come tale è presente sovente nell’emblematica universitaria, non solo a Urbino dov’è figura principale del sigillo (Grossi, Giovannini, Ballante 2006, pp. 169, 170 e 171), ma per esempio anche a Pisa, Bologna e Padova (Giovannini 2006, pp. 135, 137 e 138).

In seguito la Vergine assunse i caratteri propri dell’iconografia dell’Immacolata concezione. Tale cambiamento non avvenne dopo la proclamazione del dogma del 1854 (Martinotti 2010), né con la riapertura del 1826 dopo la soppressione decretata da Leone XII (Ligi 1972, p. XIV) e nemmeno con la riapertura dell’Università a seguito dei moti del 1831 (Palma 1989). Stando alla documentazione disponibile questo cambiamento avvenne verosimilmente nel corso del Seicento.

“Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i piedi e sul suo capo una corona di dodici stelle” (Ap, 12,1), è questo il passo dell’Apocalisse sulla base del quale si è formalizzata l’immagine dell’Immacolata concezione: Maria in piedi sul quarto di luna in un cielo stellato, a volte circondata da una corona di fiamme in forma di mandorla, nell’atto di schiacciare un serpente o un drago simbolo del peccato.
Questo classico modello iconografico, pur con connotati mistici, ha caratteri spiccatamente naturalistici. Maria veste sempre un mantello azzurro che talvolta le copre il capo, indossa una lunga veste bianca oppure rossa, come nei dipinti del Barocci (fig. 4).


Una rappresentazione di questo genere bene si attaglia alla raffigurazione in un sigillo, per via delle caratteristiche proprie della composizione sfragistica che riserva grande attenzione al dettaglio, anche naturalistico (Savorelli 1997).
Dal campo del sigillo l’Immacolata è stata traslata in uno scudo per divenire figura araldica di uno stemma (figg. 5, 6 e 7).



Il passaggio è avvenuto, molto probabilmente, in un’ottica sfragistica: non tanto per creare un’arma vera e propria, ma per conferire al sigillo una veste diversa, di natura araldica.
Assieme allo stemma di Urbino l’immacolata l’Immacolata viene così racchiusa in uno scudo e, pur sotto l’influsso degli stili araldici barocco e ottocentesco, assume i caratteri propri della rappresentazione araldica: semplicità, astrattezza e simmetria (Savorelli 1997).

Registrata come certa e originaria la presenza di Maria, viene da chiedersi perché un’immagine sacra costituì l’emblema di istituzioni laiche quali il Collegio dei dottori, lo Studio pubblico e l’Università che fu direttamente soggetta alla Chiesa solo per un trentennio nell’Ottocento. A parte le considerazioni ripetibili anche per altre istituzioni come i comuni, riguardo al fenomeno della fede in generale e del patronato in particolare; a parte quelle cui si è accennato sopra relative al mondo universitario medievale e rinascimentale; in attesa che vengano compiuti studi specifici basati sull’esame della documentazione d’archivio, possiamo per ora ricordare alcuni fattori che avvicinano l’Immacolata Concezione a Urbino, alle sue istituzioni e in particolare a quelle accademiche.
I principali sostenitori della concezione immacolata di Maria furono fin dal XIII secolo i Francescani (Verger 1982, pp. 158-171) che a Urbino, presso il loro convento, tennero lezioni di teologia e filosofia poi confluite nello Studio ufficialmente nel 1647 (Ligi 1972, pp. 86 e 87).
Tra i pontefici che contribuirono alla diffusione del concetto teologico della concezione immacolata prima della promulgazione del dogma effettuata da Pio IX nel 1854, si ricordano Sisto IV e Clemente XI: il primo, un Della Rovere e francescano, fervente sostenitore della teoria, vietò le dispute sull’argomento e concesse indulgenze per la festa della Concezione (1476), questi fu anche il papa che elevò al titolo ducale Federico da Montefeltro e che concesse la signoria di Senigallia ai Della Rovere (1474); il secondo, un Albani di Urbino, laureato presso lo Studio urbinate nel 1668, estese formalmente la festa della Concezione a tutto il mondo cattolico nel 1708.

Elemento araldico: lo stemma di Urbino

Lo stemma comunale si può vedere nel registro inferiore del sigillo del Collegio dei dottori già appeso a un diploma di laurea pergamenaceo del 1588 (fig. 1).
Pur essendo stata l’arma dei conti di Montefeltro e di Urbino a partire dal secolo XIV, nei primi anni del Cinquecento era ormai anche l’arma di Urbino (figg. 8 e 9) e come tale (contrariamente a quanto comunemente si ritiene) era presente nell’emblema del Collegio, dello Studio e dell’Università.
Il tempo e il modo del passaggio dell’antico stemma dei conti di Montefeltro alla comunità urbinate non sono ancora stati individuati con certezza, ma dovrebbero situarsi negli anni compresi tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, come dimostrano alcune testimonianze araldiche (Conti 2009, p. 66, nota 11 ).
La presenza di quello stemma è dunque un richiamo diretto alla città e non al duca Guidobaldo da Montefeltro che con proprio decreto istituì il Collegio nel 1506. Il duca, come già suo padre dal 1474, sfoggiava un’arma più complessa (fig. 10), frutto di un’evoluzione iniziata nella prima metà del Quattrocento quantomeno col conte Oddantonio (Conti 2006, p. 117, nota 13).
Occorre ricordare in particolare che il Collegio era propriamente il Collegio dei dottori della città di Urbino, come dichiarato per esempio a chiare lettere nella legenda del sigillo (fig. 1).
Tutto ciò smentisce anche la teoria proposta da Bascapé su suggerimento del rettore Carlo Bo, per la quale l’arma d'Urbino sarebbe stata aggiunta all’immagine dell’Immacolata solo nel 1601 quando fu costituito lo Studio Pubblico (Bascapé 1956, pp. 70 e 71).

Evoluzione della rappresentazione dello stemma.

Tra la seconda metà del Settecento e la prima del secolo successivo, alcune versioni dello stemma dell’Ateneo mostrano la sola presenza dell’Immacolata (figg. 11 e 12), si tratta di modelli per così dire artistici. In quegli anni continua ad essere usato come sigillo quello rotondo con lo stemma troncato Immacolata - arma civica (fig. 5).

Intorno alla metà dell’Ottocento viene realizzato il gonfalone dell’Ateneo, un drappo partito azzurro e giallo al centro del quale campeggia l’Immacolata in un cielo stellato in forma di mandorla circondato da una cornice fiammeggiante; questa rappresentazione è collocata sopra lo stemma di Urbino, iscritto in uno scudo gotico. Si tratta di una composizione di buon effetto nella quale l’immagine sacra è liberata dalla costrizione dello scudo, pur rimanendo circoscritta da un cartiglio cimato da una corona che funge da contorno come gli scudi barocchi delle epoche precedenti. Tale rappresentazione verrà usata per molti anni. Si rintraccia negli anni ‘30 del Novecento in una versione al tratto di Riccardo Parenti (fig. 13), ampiamente usata successivamente e ancor’oggi, per esempio, nelle copertine della collane di “Studi Urbinati”.


Se tra Sette e Ottocento alcune rappresentazioni dell’emblema accademico avevano accantonato l’arma civica, in alcuni timbri in uso nei primi decenni del Novecento si rileva al contrario la sola presenza dello stemma cittadino (figg. 14 e 15).



L’assenza dell’Immacolata non è dovuta all’influsso di una politica di stampo giurisdizionalista o ad un fenomeno di anticlericalismo, come l’assenza dell’arma civica in alcuni emblemi precedenti non dipendeva dal primato raggiunto dalla Chiesa sull’Università di Urbino dal 1826 al 1860.
Sempre in quegli anni un altro timbro (fig. 16) ripropone, rivisitato nello stile del disegno, lo schema classico dell’antico sigillo circolare del XVII secolo che peraltro continuava ad essere usato come tipario ufficiale (fig. 5).



Occorre ricordare a questo punto che l’Università fece uso anche degli emblemi dello Stato (pontificio e sabaudo), nonché di quello della Provincia di Pesaro e Urbino cui fu sottoposta dal 1860 al 1923.
Negli anni del fascismo, salvo il caso della biblioteca universitaria di cui si dirà fra breve, e salvo l’uso dell’emblema dello Stato, non si sono riscontrati mutamenti nell’emblematica universitaria ad Urbino che fossero in linea con le direttive del regime in ordine all’introduzione degli emblemi fascisti negli stemmi degli enti, diversamente da quanto avvenne già nel 1933 in non meno di sei atenei su venticinque: Ferrara, Macerata, Palermo, Firenze, Perugia e Venezia (Fascist university groups, 1934).
Esiste tuttavia nell’Archivio di deposito dell’Ateneo, un bozzetto con l’immagine dell’emblema rappresentato sul gonfalone nel quale, sotto la corona, è inserito un fascio littorio tra due serti (fig. 17). Si tratta evidentemente del maldestro tentativo d’inserire di una sorta di “capo del littorio”.



Un timbro impresso in un documento del 1941 (fig. 18), che riprende in pieno del sigillo storico (pur ammodernandolo nel disegno), assicura che nell’emblematica ufficiale dell’Ateneo non vennero mai introdotti i simboli del regime fascista. Si noti che quel timbro è usato ancora oggi negli atti ufficiali dell’Università.

Negli anni del secondo dopoguerra ritorna anche il motivo dell’Immacolata senza lo stemma bandato nella carta intestata del direttore amministrativo del 1950 (fig. 19). Quest’ultimo motivo è stato recentemente ripreso come modello per la targa metallica posta all’ingresso della sede principale dell’Ateneo in via Saffi 2, realizzata negli ultimi anni del Novecento (fig. 20).





Sempre negli anni cinquanta la carta intestata del rettore era decorata con un altro emblema apparentemente inedito: un libro aperto sul quale è posata una spada con cartiglio ut dabitur ocasio (fig. 21).

In realtà questo singolare emblema compariva già nel timbro della biblioteca universitaria almeno dai primi anni nel Novecento, ma il prof. Filippo Marra mi assicura che era già presente in un antichissimo diploma di laurea del Collegio dei dottori di Urbino, di cui si riserva la pubblicazione.
Nella seconda metà del Novecento, oltre a quanto sopra ricordato, si è riscontrato un uso frequente di due tra gli emblemi più antichi (figg. 5 e 7) nelle pubblicazioni, nei manifesti, nella carta intestata e nei libretti universitari.



Tra la fine del Novecento e i primi anni Duemila compare un disegno ammodernato (fig. 22) del più antico stemma ovale (fig. 7) e anche una versione a colori per i diplomi di laurea degli anni del quinto centenario dell’Ateneo (fig. 23).
Per la celebrazione di questa importante ricorrenza venne realizzato un logo dallo studio Kaleidon che riprendeva l’elemento grafico della mandorla di fiamme per farne il campo entro il quale convergevano le lettere V e U unitamente alle date MDVI e 2006 (fig. 24).


L’adozione di caratteri antichi e moderni e l’espressione in numeri romani ed arabi intendeva sottolineare la storia dell’ateneo e la sua continuità. Il risultato è apparso, a chi scrive, decisamente modesto.

Ultima rappresentazione grafica dello stemma dell’Università di Urbino consiste nel logo realizzato dallo studio Eikon e dal Dipartimento di Scienze della Comunicazione dell’ateneo (fig. 25).


Si tratta, come è stato ufficialmente ribadito dal Rettore il 25 gennaio 2010 di un logo che non si sostituisce al simbolo storico tutelato dall’art. 46 dello Statuto dell’ateneo. Potremmo allora paragonarlo alle versioni “artistiche” dello stemma dell’Università che abbiamo già descritto (figg. 11, 12, 14, 15, 19 e 20). Tuttavia quelle versioni furono mutatis mutandi qualcosa di meno impegnativo del logo Eikon. Questo, infatti, è stato presentato come un vero e proprio “cambio di veste grafica” dell’Ateneo, non una rappresentazione estemporanea.
L’esito del lavoro è stato commentato dal sottoscritto con un intervento sul blog “Araldica” (Conti 2010), poi ripreso da “Il Resto del Carlino” (Conti 2010 a) e da Francesco Martinotti su “Il nuovo amico” (Martinotti 2010). Riporto il mio intervento pubblicato sul blog (Conti 2010) qui di seguito come allegato. Contiene le osservazioni che ho ritenuto di dover fare sulla scelta dell’Ateneo.



Appendice
Emblemi della biblioteca universitaria.


La biblioteca universitaria si è distinta in alcuni periodi, per un uso di emblemi non coincidente con quelli contemporaneamente usati dall’Ateneo.
Almeno dai primi anni del Novecento, essa ha in dotazione l’emblema col libro aperto, la spada e il cartiglio con la dicitura ut dabitur ocasio (fig. 26), già decritto in precedenza.
Nella metà degli anni Trenta del Novecento, in pieno consenso del fascismo, quando il regime cominciò ad imporre agli enti l’emblema del partito unico divenuto emblema di stato dal 1926, col R.D. 12 ottobre 1933, n. 1440, l’università non si adeguò, ma nel timbro e nella carta intestata della biblioteca comparve lo stemma urbinate affiancato da due fasci littori (fig. 27).
Ovviamente tale emblema sparì con la liberazione nell’agosto 1944.

Bibliografia

Bascapé, 1956
G.C. Bascapè, Sigilli Universitari italiani, estratto da Studi in onore di Mons. Angelo Mercati, Giuffrè Editore, Milano, 1956.

Clough, Conti, 2006
C.H. Clough, A. Conti, Guidobaldo da Montefeltro, duca di Urbino: fu mai gonfaloniere di Sancta Romana Ecclesia?, in “Studi Montefeltrani”, 1006, n. 27.

Conti, 2009
A. Conti, Osservazioni araldiche e storiche sugli stemmi dei Montefeltro a Palazzo Bonaventura, in “Accademia Raffaello. Atti e Studi”, 2009, n. 1.

Conti, 2009
A. Conti, http://araldica.blogspot.com/2010/03/iorripilante-nuovo-logo-delluniversita.html, in rete dal 28 marzo 2010.

Conti 2010 a
A. Conti, Il nuovo logo dell’Ateneo va bocciato senza riserve, in “Il Resto del Carlino”, Urbino, del 2 aprile 2010, p. 24.

Giovannini 2005
C. Giovannini, Cento diplomi di laurea dal XV al XX secolo dalla collezione Nucci, in F. Farina (a cura di), Honor & Meritus, Panozzo Editore, Rimini, 2005.

Grossi, Giovannini, Ballante, 2005
M. Grossi, C. Giovannini, L. Ballante, Diplomi di laurea dello Studio urbinate, in F. Farina (a cura di), Honor & Meritus, Panozzo Editore, Rimini, 2005.

Le Goff 1989
J. Le Goff, Gli intellettuali nel Medioevo, Mondadori, Milano, 1989.

Ligi 1972
B. Ligi 1972, Il convento e la chiesa dei minori conventuali e la libera università degli Studi di Urbino, STIBU, Urbania, 1972.

Marra 1975
F. Marra, Chartularium Per una storia dell’Universita di Urbino, 1563-1799, Argalia, Urbino 1975.

Martinotti 2010
F. Martinotti, Paradossi postmoderni, in “Il nuovo amico”, 18 aprile 2010, p.

Palma 1989
F. Palma, Urbino e la sua università, Lucarini, Roma, 1989.

Savorelli 1997
A. Savorelli 1997, “Dignum cernite signum…”. ‘Stile araldico’ e ‘stile sfragistico’ negli stemmi delle città medievali, in “Archivium héraldiques suisses”, CXII, II, pp. 91-113.

Fascist university groups 1934
Fascist university groups, The universities of Italy, 1934.


Referenze immagini
- Tutte le immagini di sigilli, stemmi, emblemi e logo dell’Università di Urbino appartengono all’Università degli Studi di Urbino “Carlo Bo”, riprodotti dall’autore.
- Le immagini delle monete ducali sono tratte da R. Reposati, Della zecca di Gubbio e delle geste de’ conti, e duchi di Urbino, t. I, 1772.
- L’immagine dello stemma di Urbino è tratta dalla Pianta di Urbino, di T. Lucci, 1689.Le immagini sono qui riprodotte al solo scopo di illustrazione e critica, ai sensi di legge. Tutti i diritti spettano ai proprietari.